10.a SESSIONE – CONCLUSIONI

Ah…! (sospiro)

Poco fa, accorgendomene mentre lo facevo – compresa tutta la mia critica a Lacan che ormai dovreste avere intuito – mi sono identificato a Lacan: il sospiro che ho fatto era Lacan sputato.

Guardate un po’: l’identificazione non va bene, è un errore, però quando una propria patologia – ne ho appena dato un esempio, l’identificazione – è immediatamente riconosciuta, così che addirittura si può farne uso, come in questo caso sto facendo per voi, è bene anche questo.

In tutta la mia vita ormai non breve, non ho ancora udito un isterico o isterica parlare dell’isteria; questo non è ancora successo, che io sappia. Non ho mai sentito un isterico che abbia saputo parlare dello s-venire, parola che condensa tutta l’isteria: non lo svenimento delle ragazzine d’altri tempi… Anche quello, ma non solo, o meglio strumentalmente può anche andare bene, come quando a scuola si dice all’insegnante: “Sono stato malato”, questo lo abbiamo fatto tutti, ma è da lì che si prende l’ispirazione per la patologia. In un primo tempo si è scoperto in modo chiaro che addurre una malattia serve da scusante, c’è stato sempre questo primo tempo privo di patologia, un modesto atto di furbizia.

Cerco di cominciare subito dal dunque di oggi, che intende essere, come ordine del giorno, una parola conclusiva del lavoro di quest’anno, anzi, prima volevo cominciare con “ora”, usato come avverbio temporale per intendere non oggi, ma l’ultimo anno.

L’ultimo anno – cioè ora, adesso – è stato interamente il titolo La civiltà dell’appuntamento.

Oggi mi sento di dire che questa frase è la frase, la prima frase, l’unica frase della salute psichica.

Dicevo “questo pensiero o frase”: tutto il Novecento e anche tutti i tempi hanno trattato come problematica la relazione pensiero-lingua; ma la relazione problematica pensiero-lingua esiste, anzi la vediamo anche ascoltando la televisione, andando in autobus, in treno, con i vicini, i conoscenti, etc.

La relazione problematica pensiero-lingua corre dappertutto, o meglio: impedisce di correre. É il nostro disturbo: la patologia non è mai così vistosa come nella problematicità della relazione pensiero–lingua.

Dicendovi che il pensiero della salute è lo stesso che la frase “la civiltà dell’appuntamento”, vi do un esempio di relazione pacifica e scorrevole tra pensiero e lingua.

Prima pensavo di iniziare con un’altra parola che è la parola “ambizione”. Mi rallegro ancora oggi di avere scritto più di vent’anni fa un articolo intitolato Ambizione che sottoscrivo ancora, son contento di averlo fatto. Tanti classificherebbero l’ambizione come un vizio: a me da piccolo l’hanno insegnato come un vizio, ma è la prima delle virtù.

In quell’articolo iniziavo dalla frase che Bruto dice nel Giulio Cesare di Shakespeare per giustificare – vedete già la coscienza che si insinua – l’avere assassinato Cesare. La frase, che dovrebbe essere nota, è: “Io amavo Cesare, ma era un ambizioso e l’ho ucciso”. L’ha ucciso per la peggiore delle ragioni: Bruto è criminale per le ragioni per cui ha ucciso Cesare, per una virtù di Cesare.

Ricordo quando, più di dieci anni fa, cominciavo a sentir usare una delle espressioni più blasfeme che conosca che è l’espressione villaggio globale. Io mi sono detto: siamo finiti! Villaggio!

Leopardi aveva parlato del natio villaggio selvaggio – lui diceva ‘borgo’, e quante volte ho detto che il «natio borgo selvaggio» di Leopardi non designa Recanati, il suo paesotto, il suo villaggio: designa il mondo intero.

Questo è il natio borgo selvaggio di Leopardi, il che fa sì che Leopardi è Leopardi. Ripeto ciò che ho appena detto dell’espressione villaggio globale, ricordando una canzonetta della mia infanzia: “Torna al tuo paesello ch’è tanto bello”! Ho ucciso per molto meno: è grave, come è grave l’espressione villaggio globale. É la frase nemica dell’argomento di questo anno.

L’argomento di quest’anno è l’ambizione di questa frase; come frase personale è valida per tutti e per tutto il mondo. Uno nella vita ha raggiunto qualcosa quando le sue frasi, almeno alcune, sono bifide, biforcute, ma non come la lingua del mentitore: viva i serpenti che hanno la lingua biforcuta, almeno come la sto dicendo io. Dovremmo avere frasi – almeno alcune – biforcute, frasi del tutto personali per come si passa la giornata e frasi che hanno la massima portata politica. Avere almeno alcune frasi biforcute, come il titolo di quest’anno – lingue biforcute in questo senso –, è avere realizzato il principio dell’ambizione.

Leggi tutto


Pronunciato il 08 luglio 2017
Trascrizione a cura di Sara Giammattei

Revisione di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


Download

File Dim.
pdf 170708SAP_GBC1 223 KB

Copyright © 2018 Giacomo B. Contri - C.F. CNTGMB41S04E379X
Copyright - Contatti - Tutela della Privacy - Cookie Policy


Credits


Data di pubblicazione: 05/06/2016