10° – CONVERSAZIONE

Corso 1995/1996
“UNIVERSITÀ”. RI-CAPITOLARE

 

 

Informo il Professor Rigotti di quella storiella che ho già raccontato, che solo apparentemente suona come un non-senso. Me l’ha raccontata un bambino piccolo, ma aveva ragione: «Che cos’è una pianta di pere senza le pere? È dis-perata».

Qual è il senso di questa frase? È la risposta più perfetta a tutto l’Esistenzialismo della malora del nostro secolo, sempre fermo a menarla sul non-senso della vita. Non esiste non-senso: esiste senso maligno. Non dobbiamo più ammettere che esista senso buono, senso maligno e poi la vaga area indeterminata del nonsenso, per i nostri pattinaggi spirituali.

Ho apprezzato moltissimo l’impianto del Professor Rigotti, che, all’inizio, ha richiamato criticamente la separazione (decoupage) operata dalla neonata linguistica, del momento istituzionale (generico, sociale, organizzativo, essenziale, valido per tutti) che è la lingua, dalla parola come contingente e individuale. A che cosa corrisponde e che cosa inaugura un impianto come questo? Corrisponde al più grande degli errori, costituito dal cercare la legge della lingua nella lingua, e inaugura la Babele che risulta allorché si cerca una legge all’interno della lingua, per di più individuata dal codice.

Il mio suggerimento è questo: è da criticarsi la stessa idea di codice. Il giorno in cui abbandoniamo il castello nel quale è depositato, da prima che noi fossimo, quel deposito che ci fa più parlati che parlanti, quel bel giorno inauguriamo il nostro modo di fare, pensare e ragionare e insegnare. Anche perché questo castello regge la critica solo nella misura in cui la critica non si inoltra. Perché non acquisire la lingua (distinta dalla parola e dal discorso) come il «tesoro», come il «talento» della Parabola? La lingua è talento, è tesoro spendibile. La prima cosa che se ne può fare sono rapporti: obbligazioni e sanzioni. Il fidarsi è la parte di mia competenza per addivenire a un’obbligazione (che istituisce rapporti, vantaggi, traffici, commerci e, specialmente, amore) nei confronti di un altro. L’idea di lingua in quanto codice, invece, non ci immette su una concezione lucrativa dell’atto di parola.

Non so se l’atto e la competenza linguistici possano essere studiati isolatamente rispetto a una competenza più vasta. Il lapsus (mi rivolgo a te e, invece di chiamarti con il tuo nome, ti chiamo con il nome di un’altra donna) ci mostra che, nel soggetto normale, fra lingua, corpo e pensiero non esiste nessuna difficoltà, ma la più perfetta comunicazione.

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Pronunciato il 23 marzo 1996
Trascrizione a cura di Gilda Di Mitri
Testo non rivisto dall’Autore I testi relativi agli interventi di questo Corso sono stati raccolti nel volume «Università». Ri-capitolare, Sic Edizioni


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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