10° SEDUTA – SULLA MELANCONIA (CON ALTRI)

Seminario 1986/1987
“ODIO LOGICO”

 

 

Incomincerò da una cosa di Oscar Wilde, tratta dal De Profundis; io non amo profondamente Oscar Wilde, lo amo mediamente, però questo passo è bello: O. Wilde ha la frivolezza di quelle persone che giocano alla sincerità, e secondo me questo è uno dei suoi difetti. Il passo è questo:

Ricordo di aver letto durante il mio primo trimestre a Oxford, nel come Dante ponga nei gironi più bassi dell’Inferno coloro che volontariamente vivono nella tristezza: sono gli accidiosi, i melanconici, e di essermi recato nella biblioteca universitaria a cercare quel passo della Divina Commedia in cui si dice di coloro che giacciono nella cupa palude dopo essere vissuti malinconici nella dolce aria del mondo, ripetendo fra i sospiri per l’eternità tristi fummo/nell’aer dolce che del sol s’allegra.

E continua:

Sapevo che la Chiesa condanna l’accidia, ma a me questo appariva un concetto del tutto irreale, proprio il genere di peccato, pensavo, che può inventare un prete, un prete completamente ignaro della vera vita, e non riuscivo a capire come Dante che parla del buon dolor ch’a Dio ne rimarita potesse essere stato così duro verso gli innamorati della malinconia, se davvero ne esistevano. Non avevo idea che un giorno questa sarebbe stata una delle tentazioni peggiori della mia vita: nel carcere di Wandsworth ero impaziente di morire; era il mio unico desiderio e quando, dopo due mesi di infermeria fui trasferito qui, e trovai che la mia salute fisica stava gradatamente miglio- rando, fui sopraffatto dall’ira e decisi — sottolineo il verbo “decisi” — di suicidarmi il giorno stesso in cui avessi lasciato il carcere. Dopo qualche tempo questa fase infausta passò e decisi — seconda volta— di rassegnarmi a vivere ma di assumere un aspetto cupo come un re assume la porpora, di non sorridere mai più, di fare di ogni casa in cui mettessi piede una casa di lutto, di obbligare i miei amici ad accompagnare a passo lento la mia tristezza, di insegnar loro che la malinconia è il vero segreto della vita, di mutilarli con il mio tormento, di storpiarli con un dolore altrui.

È un grande clinico buffone!

Ora i miei sentimenti sono molto diversi (…) capisco che sarebbe ingratitudine e scortesia (…)

Il finale è un terzo “decisi”:

Un bel giorno decisi che non era il caso.

In quei “decisi” secondo me Wilde coglie perfettamente che l’entrata nella melanconia è un decisione al pari dell’uscita da essa, mentre è privo di senso dire che ciò è vero per l’angoscia: fosse! È vero per la malinconia, è vero secondo me per altri affetti.  …

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Pronunciato il 21 maggio 1987
Trascrizione e revisione a cura di Franco Malagola e Glauco Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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