17.a SESSIONE – INTERVENTO CONCLUSIVO

Dunque questo è l’ultimo incontro dell’anno.

Parlare di conclusioni è eccessivo: diciamo che è l’ultima seduta per qualche cenno sperimentale.

Prima di me interverrà Mariella Contri cui ho chiesto un intervento che io considero pertinente, fa parte di ciò che penso io sul tema dell’amore in Freud, assumendo il tema dell’amore come ciò in cui l’umanità, noi umanità, restiamo con la bocca asciutta cioè insoddisfatti da alcuni millenni.

Ricordo un convegno di un anno fa insieme a un celebre giurista per il quale era pressoché inconcepibile parlare di amore e diritto, perché per lui era ovvio cosa vuol dire amore: niente di meno ovvio! e ripeto insoddisfatti a questo proposito da alcuni millenni, e dicendo insoddisfatti riguardo all’amore io intendo dire insoddisfatti tout court. Si tratta della medesima idea del medesimo concetto. Insoddisfatti quanto all’amore uguale insoddisfatti.

Per ora ho terminato e cedo la parola a Mariella Contri

[…]

Bene. Parto: non so neppure se dirò qualcosa di nuovo.

Parto ricordando da dove siamo partiti anni fa: siamo partiti dalla scienza – asserzione che a molti sembrerà bizzarra mentre invece è così – siamo partiti dalla scienza, potremmo dire dalla scienza galileiana che si occupava delle leggi di moto dei corpi: della luna, dei sassi, dei corpi celesti, delle traiettorie dei gravi, definiti, cioè gli oggetti fisici.

Con questa distinzione: che siamo partiti dal concetto di legge di moto dei corpi. Come vedete niente di nuovo, dalla legge di moto dei corpi umani.

Legge di moto dei corpi umani che in Freud assume un nome nuovo, lo sapete tutti, è il nome pulsione, non istinto: perché? perché istinto è, designerebbe se esistesse: attenti eh, sarebbero leggi di moto naturali come quelle di Galileo, mentre la parola pulsione designa le leggi di moto dei soli corpi umani.

Guardate che questa distinzione, così semplice verbalmente, non è mai mai mai stata acquisita.

Per molti psicoanalisti sarebbe al condizionale, ovvia a sentirla dire, ma non è mai detta.

Siamo anche partiti, dopo ciò che ho detto, dalla asserzione – o scoperta prima, asserzione poi – che per leggi di moto in natura noi non conosciamo il legislatore; – se volete, potete dire che è Dio tanto per dare una soddisfazione alla vostra lingua, perché la nostra lingua, compulsiva com’è, deve sempre dire qualcosa di troppo. La parola troppo dovrebbe richiamare la nostra attenzione: troppo significa sempre patologia.

Lo si vede molto bene in grandissima parte delle nostre conversazioni: uno dei due o tutti e due devono insistere a dirsi qualcosa, parole di troppo, magari anche come obiezione un “sì, però”.

Il buon momento nella nostra esperienza di moto è il momento in cui si chiude il becco o si cessa di aprirlo, in cui si riposa. Soddisfazione e riposo coincidono.

Ed ammiravo con Raffaella il significato della parola Disagio della civiltà in Freud, che è la parola Unbehagen. Non dilungo, ma fra i significati c’è quello di un riposo che non arriva mai: e ancora e ancora. Questo ancora e ancora lo facevo osservare tra mille cose nella fruizione della pornografia: non avete mai notato che il fruitore di pornografia è lì che chiede ancora e ancora, non si vede abbastanza, non è mai abbastanza, non è mai soddisfacente, ancora e ancora: non c’è riposo.

Nei casi in cui nel far l’amore qualcosa va bene è che c’è un momento di arresto. 

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Pronunciato il 3 Luglio 2021
Trascrizione a cura di Gilda Di Mitri 
Revisione di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore.


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Data di pubblicazione: 05/06/2016