2.a SESSIONE – INTERVENTO

Faccio solo un’osservazione sul «tormentoso lavoro di elaborazione».

Di fronte, anzi, in simultanea: l’espressione “di fronte” non era buona, salvo che significhi contiguità, come questo libro è contiguo a questo foglio. Nell’analisi c’è contiguità delle persone, non “di fronte”. Una volta avevo fatto osservare, almeno per quelli dei presenti che sono degli erotomani come me, che anche nel fare l’amore non si è “di fronte”.

Pensateci. Parlo proprio del fare l’amore nella “posizione del missionario”. Sapete cos’è la posizione del missionario? Tutti lo sanno? Tutti sono sicuri di saperlo? Sapete perché si chiama del missionario?

Si chiama così perché i missionari, quando andavano in missione, si sentivano in dovere di moralizzare e di dire che, va bene, se proprio s’ha da fare, si faccia, ma in quella posizione; quindi quella posizione veniva insegnata dal missionario come contenuto della propria missione.

Neanche nella posizione del missionario si tratta di “a tu per tu”, ma di contiguità sì.

In simultanea, contiguità temporale insomma, si osserva – ognuno su sé medesimo come su altri – che il lavoro di elaborazione ciascuno di noi lo fa indefessamente tutto il giorno. E quando finalmente si riposa un po’ di notte non cessa mai il lavoro di elaborazione, quindi il «tormentoso lavoro di elaborazione» è quello che si potrebbe fare senza tormento alcuno.

Ricordo le primissime osservazioni di Freud e consiglio a tutti: se proprio volete ritornare su Freud, andate agli anni ottanta, ai lavori sull’isteria, per il primato che ha sempre l’osservazione, l’annotazione: non è mai una teoria quella che precede.

«Tormentoso lavoro di elaborazione» si chiama anche in un altro modo: esaurimento nervoso. Nell’esaurimento nervoso, quanto tormentoso lavoro di elaborazione fanno tutti, tanto che alcune persone arrivano a dire: come vorrei smettere di pensare! Senza peraltro che cessi il tormentoso lavoro di elaborazione.

Il buon momento per ciascuno è il momento, peraltro primigenio nella genesi individuale infantile, in cui non c’è nessun tormento: il pensiero al bambino scorre benissimo fin dai primi tempi della vita, e come elaborazione. È tutto qui il ritorno all’infanzia di Freud, e perché è lì che si è cominciato a pensare senza tormento alcuno.

Volevo aggiungere qualcosa sulla non precedenza di una teoria sui fenomeni osservati, sui fatti. Basterebbe l’osservazione del proprio o altrui arrossire. Ho avuto occasione recentemente di tornarci: ad esempio, nell’arrossire in certe circostanze mi sento osservato o osservata, prendo la parola e arrossisco, o non la prendo affatto per questo.

L’arrossire sul piano dell’osservazione dei fenomeni si presta molto facilmente alla deduzione, ma in fondo quando arrossisco è la mia cute vascolarizzata dai capillari che prende la parola al posto della mia lingua, è il mio pensiero, non approvato da qualche parte, che prende la parola via arrossire, così per tutti i sintomi nevrotici.

C’è un diverso prendere la parola al di fuori dell’unico prendere la parola – ecco l’analisi – normale. La parola si prende sempre, se non la prendo con la mia bocca, la prenderò attraverso i sintomi, di cui l’arrossire è comunissimo, come lo è anche la balbuzie – un sintomo per il quale ho la massima stima, avendone avuto esperienza io stesso quanto al passato – che è più prossimo ancora alla lingua che non l’arrossire, perché la balbuzie riguarda proprio la lingua, l’apparato orofaringeo.

 

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Pronunciato il 19 novembre 2016 con Altri
Trascrizione a cura di Sara Giammattei
Revisione di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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