2° SEDUTA – IDENTITÀ IN FREUD DI LAVORO DI TRANSFER E AMORE DI TRANSFERT

Seminario 1998/1999
“IL PENSIERO CON FREUD: IL PENSIERO DI NATURA”

 

 

Giacomo B. Contri

Mi pare che torni bene, nello sforzo che stai facendo per dare un’ulteriore nuova traduzione a Übertragungtransfert. Spostamento intanto proprio come si dice “sposto questo e lo metto lì”, con il braccio che sposta, o il lavoro sia della lingua che del braccio, perché anche la lingua è un muscolo. È importantissimo che la lingua sia un muscolo come quello del braccio che sposta qualcosa da qui a lì.

Ma si potrebbe dire che è un lavoro di produzione di materia prima perché — e qui ritorno alla lingua più corrente — giusto giusto come quando uno va da un altro e gli dice “Ho pensato questo: che cosa ne dici? Che cosa ne pensi?”, proprio come si dice a un amico. Ecco: questo è il transfert. Il “Che cosa ne pensi?” presuppone che c’è stato un lavoro prima per pensarne una, poi te lo passo, ti passo il pacchetto e ti dico “Che cosa dici? Che cosa ne pensi?”. Il “che cosa ne pensi?” è il transfert. Anzi, la frase “Cosa ne pensi?” meglio di ogni altra contiene tutto del termine transfert. E se la frase è detta veritieramente, ossia per ottenere davvero una risposta, anche questa frase è l’amore.

Infatti, in Freud lavoro di transfert e amore di transfert sono due espressioni sinonime.

Raffaella Colombo

E allora si può dire che il lavoro con i termini di allora, il lavoro dell’inconscio, ossia il lavorare di pensiero, il lavorare di pensiero ancora inconcludente, il lavorare di pensiero comune, malato, non guarito, è esso stesso la condizione del lavoro psicoanalitico, essendo quello psicoanalitico la continuazione, e Giacomo B. Contri diceva l’erede del lavoro dell’inconscio. Quindi essendo il lavoro del pensare, in quanto lavoro dell’inconscio, costruito bene nella sua legge, perché serve al corpo a meta, ma fallimentare, cioè non riesce, il lavoro psicoanalitico ha come sua natura, sua definizione, quello della riuscita del lavoro del pensare, cioè portare a compimento qualcosa che era già fatto per essere compiuto e che non riusciva.

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Pronunciato il 6 novembre 1998
Trascrizione a cura di Gilda Di Mitri
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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