6° – “LA BANDA DEI LADRONI” – CONCLUSIONI

Corso 2009/2010
L’ALBERO E I FRUTTI. LA RETTITUDINE ECONOMICA

 

 

Per esigenza di certezza io non mi pongo a commentare ciò che abbiamo appena udito e che meritava di essere udito. Non a caso i nostri testi compariranno sul sito. Semplicemente con poche pennellate finirei la mattinata.

Mi verrebbe da dire che dopo tanti anni mi accorgo di aspirare al potere assoluto. Ora, la rappresentazione, l’unica degna e dignitosa, dell’esercizio del potere assoluto qual è? Stare lì a brigare dalla mattina alla sera nonché dalla sera alla mattina per le liste elettorali, per sapere chi comandare, per sapere come comandare, per sapere chi ammazzare, per organizzare i campi di concentramento: no, è un lavorare da matti, non è potere questo! È una delle forme di servitù, diciamo come si diceva all’antica, del tiranno. La figura del potere, se ce ne fosse uno, è quella del sovrano che si alza al mattino, chiama i suoi consiglieri e dice loro di dirgli cosa dovrà fare quel giorno e ciò che esige dai suoi consiglieri e sudditi è che gli risparmino la fatica di doverselo inventare da sé: è il massimo del potere, della libertà, della buona tirannia, solo che non penso che riuscirò mai ad arrivare a realizzare questa aspirazione che nel profondo del mio cuore ormai è assestato e stabilito e sono obbligato, e lo faccio volentieri a lavorare per ottenere, non so con quanto successo, di avere qualcuno nella mia vita che mi dice lui o lei che cosa farò oggi. Se sto cenando con la mia compagna e le chiedo che cosa faremo questa sera, sarei uno stupido se poi affrontassi criticamente, salvo un po’ di buon senso, la proposta che mi viene fatta. È chiaro che la mia domanda è sensata se animata dal desiderio e dalla ragionevolezza della domanda di fare esattamente quello che mi sarà indicato. Sarò un sottomesso perfetto; la soggezione è la regola del potere come l’ho illustrata io.

Allora, per finire parlo di due seti, fra un istante la seconda, ancora è la sete di potere e l’altra, ovvia citazione evangelica, è la sete di giustizia.

Sono ben più che due millenni che sulla giustizia si dice di tutto, si forniscono i criteri o i fondamentali della giustizia: possiamo andare dal pubblico impiego alla salute medica, un giorno mi piacerebbe parlare della medicina gratuita è un argomento che ho messo a fuoco nel corso degli anni, ma non adesso.

Ascoltando la mia stessa esperienza personale a questo riguardo, quella di cento, mille altri unite alle letture e così via, io ritengo che la sete di giustizia esista quando esiste in modo onesto – a volte non esiste affatto in modo onesto – il desiderio di soluzione dell’angoscia ossia di soluzione rispetto alla banda di banditi in basso a destra, la contro-istituzione della teoria in primis per amore, la fonte di tutti i ricatti ossia l’angoscia, si chiama anche senso di colpa, ed è notevole la sete di giustizia così definita. Noi abbiamo modo di constatare che neanche Dio può darla questa soluzione e se esistesse la sua consapevolezza di non poterla dare, lo renderebbe ancora più Dio, perché la soluzione dell’angoscia non è un dono, è appunto una soluzione, cioè il risultato di un lavoro, di un lavoro rivoluzionario, nel senso definito prima per cui rivoluzione significa cambiare la Costituzione (Costituzione in alto a sinistra). Non ho limitato i poteri del buon Dio dicendo che neanche Lui lo può dare; se non è scemo, non gli viene neanche in mente perché dovrà essere il primo a capire che il regime dell’amore non è il regime del dono, come dicono ormai tutti, preti e non preti. La più grande mistificazione che giri per il mondo oggi è che l’amore sia il regime del dono.  …

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Pronunciato il 13 marzo 2010
Trascrizione a cura di Sara Giammattei.
Revisione a cura di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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