6° – PER FINIRE. OSSERVAZIONI

Corso 1994-1995
A NON È NON A

 

 

Poco fa mi è riuscito di inventare la tecnica precisa per gli handicappati: ci vuole un cavallo. È un caso di ippoterapia, ma di ippoterapia catastrofica perché bisogna prendere l’handicappato, metterlo a cavallo, sbatterlo giù da cavallo, gridandogli: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». È la tecnica di Damasco.

In tutte le patologie esiste il rifiuto del pensiero dell’altro. La domanda d’amore, ossia l’amore (al primo posto nella gerarchia delle domande), è: «Aiutami a pensare». In questo il pensiero è infinito e illimitato: nell’essere domanda al pensiero di un altro. La porta chiusa al pensiero dell’altro è un segno di patologia (= patologia morale).

Che cosa ci consente di qualificare come buono il pensiero di un altro? Il criterio di bontà del pensiero dell’altro sta tutto e solo nella sua prendibilità. Questo oggetto è buono fintanto e in quanto lo posso prendere per farmene qualche cosa: l’usare e il godere, l’uti e il frui. Il criterio della bontà di qualche cosa, anzitutto del pensiero, sta nella sua consumabilità, in particolare nel fatto che posso a mia volta innestarvi il mio pensiero. Il criterio critico del mio pensiero riguardo al pensiero dell’altro ha come unico test la prendibilità, e dunque la sua usabilità e godibilità: valore d’uso e valore di usufrutto, godimento, senza bisogno che l’altro sia definito anzitutto dalla contiguità fisica. Dunque: il massimo criterio teoretico è subordinato al massimo criterio pratico. L’apprendibilità è anche il test del fatto che l’altro pensa. Se non c’è nulla di assumibile, prendibile, usabile, godibile nell’altro, allora non c’è pensiero.

Ci siamo inoltrati nella direzione della connessione del principio di non contraddizione con l’atto, l’agire. Il grande punto è il seguente: quando un atto è un atto? Quando un atto è buono? Le nostre azioni non sono affatto tutte atti, fino all’estremo patologico del maniacale che non compie un solo atto.

Vengo al motus sive actus: la legge perfetta dell’atto (e non c’è atto che umano) coincide con il suo essere concludente, a termine.  …

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Pronunciato il 28 gennaio 1995
Trascrizione a cura di Gilda Di Mitri
I testi relativi agli interventi di questo Corso sono stati raccolti nel volume A non è non A, Sic Edizioni


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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