7.a SESSIONE – INTERVENTO

Ora solo una nota sulla parola senso su cui Mariella Contri ha finito.

Ho cominciato a sentire impegnativamente la parola senso prima dei vent’anni: ‘senso della vita’ etc., quelle frasacce lì.

Uno che ha cominciato un po’ a pensare l’espressione senso della vita l’ha scaricata e non vi dico dove. Non si dicono più queste frasacce: ‘il senso dell’esistenza’, ‘il senso della morte’.

Era prima dei vent’anni che mi facevano una testa così – a me come a tutti – con la domanda: ‘Ma che senso ha?’. È una domanda, la cui risposta dovrebbe essere se non facilissima, facile o comunque a portata di mano perché il senso – c’è chi ci arriva e c’è chi non ci arriva mai – è solo quello rappresentato da una freccia, come quando trovate scritto: One Way, senso unico.

Notate che una volta chiarito così il significato della parola senso – compresa la distinzione tra significato e senso: significato è intellettuale, senso è reale, si va di là; senso riguarda dunque il moto, il moto reale –, senso risulta essere dunque quello e solo quello di un atto.

Lo tsunami non ha senso, senza per questo giustificare domande sul senso della vita. Allora la parola senso implica immediatamente quello di verità, senza lasciarsi troppo ingannare da stupidaggini di parole come la post-verità: no, ho compiuto un atto e il senso di questo è ciò che esso produce.

Il riconoscere e il dire che un atto ha prodotto ciò che ha prodotto si chiama verità. La verità è quella delle conseguenze, preferisco dire della produzione di un atto.

Questo vale per tutte le conseguenze, in particolare per quella secondo cui il linguaggio non è parole, è frasi che sono sempre atti, anche una frase stupida riportata al suo punto di partenza o alle sue conseguenze non è più una frase stupida, è un atto.

Se il senso è quello di un atto, si tratta di ciò che senza grande formazione giuridica si chiama imputabilità. Un atto, per il fatto di produrre dei risultati, è imputabile, anche bene.

Pensavo a come la tematica del perdono – che si perdoni o che non si perdoni – si riferisce ad un atto: se qualcuno mi ha dato uno schiaffo, nel perdono io designo l’atto, lo schiaffo, altrimenti non c’è niente da perdonare. Per il fatto di perdonare, ma anche di non perdonare, in ogni caso viene designato l’atto, in questo caso lo schiaffo.

Si tratta di verità e non c’è altra verità che quella della imputabilità. Non ce n’è assolutamente un’altra.

Pensate a tutta la problematica della sostantificazione della verità: ‘Ah, la Verità!’, no, non c’è la Verità, c’è la verità di atti, solo la verità di atti, che consiste nella descrizione dell’atto che può anche richiedere una istruttoria.

Il tribunale è un caso in cui si stabilisce la verità, per il resto il giudice del tribunale sono io stesso. È notevole accorgersi di quanto io, pur potendolo fare, non imputi, non giudichi, non abbia verità.

La patologia è la conseguenza di una imputazione mancata: non ho giudicato.

Tra l’altro può benissimo accadere che poi si sia pieni di imputazioni verso qualcuno, per esempio verso i genitori: penso a quei figli che fino all’ultimo dei loro giorni continuano a parlare male dei propri genitori, gli imputano tutto, magari a ragione, ma non l’atto su cui hanno mancato di imputarli, donde malattia.

La malattia è ciò che resta – quindi non l’effetto – di non assolto da un giudizio mancato, da un’imputazione mancata: magari le ho tutte, ma non quella che lascia come residuo il fatto di ammalarmi. Un caso particolare è l’analisi: è un riattivare l’imputazione che è stata mancata.

Tra le imputazioni mancate c’è quella del mancato appuntamento: il mancato appuntamento concordato, patteggiato; un appuntamento è perché due o più di due hanno patteggiato, hanno fatto un patto.

I mancati appuntamenti non sono mai considerati materia di sanzione o perdono; ricordo quanti anni fa sono arrivato con mia sorpresa ad una distinzione grossa così: il perdono – quand’anche ci fosse, potrebbe non esserci e secondo me è meglio pensarci due volte prima di perdonare – va incontro ad un bel problema, il problema di quale sia la sanzione.

Qual è la sanzione allo schiaffo che è il caso particolare contemplato dal Vangelo? Porgere l’altra guancia. Porgere l’altra guancia non ha nulla a che fare col masochismo, con un certo gusto sportivo per le sberle; io non l’ho, e spero non l’abbiate neanche voi.

Nello schiaffo, o peggio nel mio giudizio di verità – ‘Mi hai dato uno schiaffo’ –, il quesito che mi si pone, che si pone a tutti in tutti i tempi, è un quesito con conseguenze pratiche: qual è la sanzione?

Se io mi vendico, gliene dò un altro, so che la legge pubblica punisce la vendetta e, senza argomentare, ha ragione la legge pubblica: se la vendetta fosse concessa, la vita sociale sarebbe una rissa permanente, magari solo da saloon ma non ci credo, perché nella rissa cola il sangue e di massa oltretutto.

Allora, qualora io non perdonassi, quale sanzione? Uno mi ha dato uno schiaffo, lo denuncio al tribunale: è una procedura che non finisce mai, poi gli avvocati costano e i processi vanno per le lunghe, dopo un po’ ho pure dimenticato perché ho fatto causa.

In ogni caso, il quesito è: qual è la sanzione? Se non è quella data con le mie mani, cioè la vendetta, come sanzionare?

Guardate che quasi nessuno saprebbe rispondere al quesito sulla sanzione. Il problema del perdono non è affatto se essere o non essere buoni, ma per quanto riguarda almeno il nostro giudizio – la distinzione cui accennavo prima – è che il perdono non perdona affatto, ma riguarda la sanzione. L’imputazione resta piena.

C’è stato un prete nella mia vita che diceva che il perdono cancella il peccato, cioè il pugno o il delitto: non è vero, il giudizio resta scritto, per così dire, a caratteri d’oro sulle lapidi della storia; è la sanzione che è sospesa come nel perdono del Presidente della Repubblica: può tirarmi fuori di prigione o dall’ergastolo – sanzione – ma che io sia stato omicida resta intatto nel giudizio e nella memoria di tutti. Non è tolto il giudizio, cioè l’imputazione. È tolta solo la sanzione e il giudizio sul graziato – cioè assassino, mentitore, imbroglione, corrotto, quello che volete – resta, può restare, alcuni riescono a cancellare la cosa, ma il giudizio resta.

Ora la permanenza del giudizio, cioè l’imputazione, su qualcuno può essere persino la peggiore delle sanzioni: ci va di mezzo la mia credibilità, onorabilità, attendibilità quando faccio dei contratti, tutti che si mettono a ridere anche quando dico che due più due fa quattro, etc.

Quindi il solo giudizio può essere una sanzione intollerabile, in questo senso avevamo ragione quando da ragazzi scherzavamo con una frase che non comprendevamo e dicevamo, credendo solo di scherzare: che la migliore vendetta è il perdono. Sarà capitato anche a voi di dire queste frasette. È corretto: il perdono esalta il giudizio.

Se fosse nel mondo degli affari, avete presente che c’è la lista in tribunale o in comune di quelli che hanno commesso certi reati economici – non so se usa ancora adesso -: chi ha commesso questi non trova più dei partner, anche se non è andato in prigione, per quelle operazioni finanziarie che ha compiuto, può andare a fare il barbone sotto i ponti.

Basta il giudizio ed è in questo senso che io sono favorevole al perdono, solo per questo perché a quello dello schiaffo gli andrà ancora peggio che se gliene avessi dato un altro.

Il perdono è senza pietà, non c’è pietà nel perdono.

Il perdono è senza pietà e in questo caso Gesù è senza pietà quando dice di perdonare.

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Pronunciato il 13 maggio 2017 con Altri
Trascrizione a cura di Sara Giammattei
Revisione di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016