7° – FALLIMENTO. CONCLUSIONI

Corso 2010-2011
LA PERVERSIONE AL BIVIO
IL TRIBUNALE FREUD

 

 

En passant, Gigliola mi chiedeva prima di chiarire ancora riguardo al bivio. Non ci sono bivi; non c’è scelta di bivio. È la parola più frivola che sia mai esistita nell’educazione. Non c’è scelta: il bivio non ha niente a che fare con la scelta. Il figlio della parabola commentata da Luca Flabbi non compie nessuna scelta, scopre che «è con il culo per terra», e trova qual è la strada giusta. Sapete già cosa ho concluso su questa parabola: egli veste, anello e calzari, e il vitello grasso vuol dire che è diventato il Marchionne dell’azienda. Il padre non credeva alle sue orecchie nel trovarsi davanti finalmente un Amministratore Delegato degno di questo nome, anzitutto per la decisione – bivio – che l’azienda andava bene unita. Il tema dell’unità non sono certo io a inventarmelo nella storia; trovo che l’unità non è di partito ma di ordine.

Riguardo ad esserci scelta in relazione al cibo: adesso basta, andate a raccontarlo a qualcun altro. L’asino di Buridano non è una questione filosofica, è la prima configurazione dell’anoressia mentale: equidistanza dai sacchi di fieno, che vuole anche dire equidistanza dal mangiare o non mangiare.

Quanto al ritrovato del gay pride di Genga a proposito di marchio: è giusto. Il pride è un marchio, ma c’è un altro marchio – che tanto per cambiare non riconosciamo come tale mentre è lì addirittura stampato come marchio, come si dice: “Ce l’hai impresso in faccia” –: è la melanconia. Il melancony pride, che si porta in giro appunto come un marchio, come certe persone che puzzano e si portano in giro il loro puzzo come un marchio e lo si sente subito, non è perché hanno avuto delle disavventure e non hanno potuto lavarsi. Si distingue proprio nettamente, olfattivamente e percettivamente.

Poi ci sono altri marchi: c’è il marchio non precisamente perverso del dramma, cioè l’isteria. Dire dramma o isteria è esattamente la stessa cosa. Si tratta poi di chiamare le cose con il loro nome. “Ce l’hai stampato in faccia”: è un marchio.

Quando introducevo sedici o diciassette anni fa il talento negativo intendevo questo: il talento negativo è la caduta dei marchi. Anche se essendo malato di un’effettiva patologia ricevo i miei amici non li ricevo con il marchio della mia sofferenza, ovvero non parlerò solo di quello, se accade la sofferenza è diventata un marchio e non il dato che sto male. Stessa cosa vale per il ricco che esibisce ai propri amici la sua ricchezza: è un cretino chi la esibisce come marchio.  …

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Pronunciato il 16 aprile 2011
Trascrizione a cura di Sara Giammattei.
Revisione a cura di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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