7° – LA CATTIVA ETERNITÀ DELLA PSICOPATOLOGIA. AFFEZIONE E FORMA

Corso 1993/1994
“IL LEGAME SOCIALE E LE QUATTRO PSICOPATOLOGIE”

 

 

Il mio intervento breve è in anticipo sia sull’ordine della mattinata, sia in anticipo sul momento conclusivo di questo anno che verrà nel tempo di un mese e mezzo, due mesi.

Due punti.

L’offesa non cessa mai da sola di agire come offesa; in questo senso l’offesa è eterna. È un’eternità diversa da quella, si dice, divina. L’offesa è indistruttibile nel suo seno. La sua tendenza a ripetersi è più forte di tutte le forze. Dal che i più commettono l’errore di ritenere che la forza, che l’energia, le risorse dell’offesa e dell’offensore siano infinite, immense. O sempre per usare quell’altro lessico, che il diavolo sia onnipotente. È un errore. Per quale ragione l’offesa, che è anche quello che chiamiamo l’agente patogeno, non smette mai, o — abbassiamo pure tono — o che nessuna malattia psichica ha la pur minima tendenza ad esaurirsi. Diciamola così: all’esaurimento nervoso non viene l’esaurimento nervoso. Perché è forte, muscoloso, ed è pieno di risorse ed energia? Non è vero. La malattia psichica è debole fragile, inconsistente. Miseria psichica ha detto qualcuno.

Non ha nemmeno la forza dell’autorigenerazione infinita che hanno i pidocchi. Circa il perché vi lascio riflettere. Mi è venuta spontaneamente questa riflessione. In altri termini, la cura non comporta l’esercizio di una forza che sia forza e soprattutto che sia più forza di ciò che intende essere curato. Non ha nulla, la cura, a che vedere con l’esercizio della forza, foss’anche una forza benefica.

La prima e unica forza che usa chi è in posizione di curante, ma deve essere domandato in tale posizione, se no non c’è, è quella forza che consiste in una rinuncia, nella rinuncia all’esercizio di qualsiasi forza che chiamiamo il talento negativo. La freccia in basso, non è l’esercizio di una forza. È la rinuncia all’esercizio di un proprio bene come di un diritto nel confronto dell’altro. È la rinuncia a fare valere un proprio oggetto come un diritto. Ma già vedo che sto prendendo tutt’altra strada. Ma dopo tutto non è male neppure questo, perché so in che stato di confusione sono i pensieri riguardo alla parola oggetto.  …

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Pronunciato il 26 febbraio 1994
Trascrizione a cura di Gilda Di Mitri
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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