8° – LA DOMANDA TRASFORMA IL REALE

Corso 1994-1995
A NON È NON A

 

 

Nell’incontro di oggi procediamo ancora a pelle di leopardo. Il leopardo esiste già, non stiamo dimostrandone l’esistenza congiungendo tutti i punti per far vedere che c’è. Abbiamo sempre detto che l’esistenza non si dimostra. Ricordo che, in aule come questa, il filosofo realista (aristotelico e tomista) picchiava la mano sul tavolo per dire che il reale non va dimostrato. Anche per noi il reale non è da dimostrare.

Il lavoro del soggetto, anzitutto di pensiero (i suoi pensieri sono i suoi oggetti), dispone i pensieri come si possono disporre gli oggetti sul tavolo e fonda – per mezzo di quel disporre – il reale, che per noi è anzitutto l’Universo degli altri.

Non è sul modello delle scienze che trattiamo il reale come reale. Disumanizzate l’uomo e otterrete non l’animale (è l’ingenuità colpevole della psicologia di massa ossia della psicologia), ma la scienza, più quelle «scienze applicate» (con… le gambe) che sono i malati.

Il nostro realismo è quello della frase pronunciata a metà del secolo scorso da un celebre personaggio che diceva che non si tratta di conoscere la realtà, ma di trasformarla. Solo che procediamo diversamente da quel signore. Il lavoro della domanda è un lavoro di trasformazione della realtà, perché l’altro sarà reale in modi diversi, a seconda di come risponde. Il reale esiste in quanto sollecitato da domande, che sono azioni sul reale. E la domanda è il mezzo principe della trasformazione del reale. La domanda non è piatire, ma è il mercato. Tutto il nostro mondo va a rotoli se cessa la domanda.

Si può anche dire che, diversamente dal gesto del battere sul tavolo (che ha il reale come presupposto), la domanda trasforma il reale in reale posto: viene ri-posto per il fatto di essere trasformato dalla mia sollecitazione (amorosa, in quando è una sollecitazione che avviene con il mio disporre i miei oggetti a favore dell’altro, a propiziazione dell’altro; benché non tolga il fatto che l’altro, come reale, è modificato dalla domanda). Fino al giudizio.

Il giudizio sull’altro non è, per così dire, il giudizio fotografico che individua l’altro nel punto in cui si trova in quell’istante (fosse anche un punto morale), ma è ciò che segue alla sollecitazione sul reale.

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Pronunciato il 25 febbraio 1995
Trascrizione a cura di Gilda Di Mitri
I testi relativi agli interventi di questo Corso sono stati raccolti nel volume A non è non A, Sic Edizioni


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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