9° SIMPOSIO – UNA NUOVA LEGGE. CONCLUSIONE

È una coincidenza il fatto che in questo giorno di conclusione del Simposio, abbiamo freschissimo il libro di Maria Delia Contri, Ordine, contrordine, disordine.

Riassume anni del suo lavoro qui, riveduto, corretto, ampliato. Lo leggerete senza che io aggiunga nulla.

Ripeto che questo lavoro, prima di ciò che sto per dire, è già una eccellente conclusione di questo e non solo questo anno.

La copertina riporta, riproduce l’eremo di San Girolamo dipinto da Antonello da Messina, che rappresenta e ricorda ciò che ho sempre detto dell’eremita, che traduco come Chi pensa o anche Chi può, titolo di quest’anno.

Peccato, alla lettera, che l’eremita sia uno dei fallimenti della storia del Cristianesimo: gli eremiti hanno cominciato quasi subito, ma dopo due o tre secoli sono scomparsi, insieme a quella stupida idea dell’eremita che se ne va in cima alla colonna. Infatti, fin da ragazzo mi chiedevo come faceva a non cadere giù, mentre l’eremita abita – semplicemente abita: voce del verbo abitare e andrebbe usato in forma assoluta – e, abitando, lavora.

Antonello – sapendo o no quello che faceva, suppongo di sì – disegna l’eremo, cioè questa stanza, che potrebbe averne anche cento di stanze: l’eremo dell’eremita potrebbe essere un monolocale o anche Versailles.

Nulla proibisce questa ‘gamma’, ma soprattutto l’eremo ha due uscite – entrate, se volete –, il che vuol dire che lui entra ed esce e ho sempre detto che attraverso un’uscita l’eremita gira per l’universo; quanto all’altra uscita, si tratta di uno spazio, ponete un cortile, un salotto, in cui si ritrova solo con gli amici.

L’immagine nell’insieme è sovrana; nulla deve fare presupporre, come invece è stato detto, che l’eremita non abbia un partner o una partner, ma poi è andata come è andata con la storia della famiglia e siamo ancora lì.

Ora riprendo con ciò che ho preparato.

Ho già dato come titolo di questa, spero, breve conclusione, il titolo Una nuova legge.

Potrei anche avere dato come titolo un’espressione nota, rimasta opaca nei millenni, ossia: “Poveri di spirito”.

Che significa “poveri di spirito”? Che si comincia come poveri di spirito: significa che la nostra vita inizia senza costituzione, senza esigenze, senza presupposti.

Verrà costituzione; ahimè, anche esigenze e anche presupposti. Quando esigenze e presupposti assumono contenuti corporei abbiamo la nevrosi, quando esigenze e presupposti atterranno o si applicheranno al corpo avremo la nevrosi.

Il che vuol anche dire che, come dico da anni e anni, la patologia è solo in parte clinica: esigenze e presupposti ci “disastrano” fuori dalla manifestazione clinica sempre presente, spesso mascherata, o meglio, negata, come se io, quando cammino col bastone fossi sempre lì a negare che cammino col bastone. Moltissimi fanno così: negazione dell’evidenza.

Allora, la nostra vita inizia senza costituzione e, buona cosa, senza esigenze e presupposti.  […]

 

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Pubblicato su societaamicidelpensiero.it


Pronunciato il 25 giugno 2016
Trascrizione a cura di Sara Giammattei
Revisione di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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