AFFATICABILITÀ E SOVRANITÀ

L’affaticabilità mentale ci sia di guida:
tutti conoscono l’esperienza dell’affaticabilità mentale, o del pensiero.

É un disturbo totalizzante perché unisce in sé sintomo, inibizione, angoscia, e fissazione almeno come stasi:
stasi senza riposo, agitata senza moto:
infatti in questa affaticabilità si soffre d’insonnia, antitetica non solo al sonno ma anche al pensiero.

Ma allo stesso tempo tutti conoscono l’esperienza di momenti di pensiero non affaticabile, ossia che si produce senza fatica, o senza il “sudore della fronte” del lavoro servo:
sogno (elaborazione di un tema di meta benché inibita), lapsus (il pensiero ha fatto una svolta che è un’argomentazione istantanea), il motto di spirito (risparmia fatica, osservava Freud).

Non sono gli unici momenti di medesima specie:
ci sono letture (non studi), film, conversazioni …:

alcuni odiano che sia così facile, fino all’estremo patologico del rifiutare la lettura (non dovuta), o del ridurre la televisione a programmi dementi o a zapping, o del rifiutarsi alla conversazione come appuntamento in cui ricevere e apportare.

Eppure non occorre dimostrare, ma soltanto osservare, che i primi tre esempi, poi gli altri, designano senza fanfare la sovranità (del pensiero) nella sua definizione più “classica”:
potestas superiorem non recognoscens:
sogno, lapsus, motti, letture, appuntamenti, seguono una legge, non una legge superiore.

Da anni ricevo sempre e solo due obiezioni, finora sibilanti a denti stretti:

1° al riconoscere nella parola “pulsione” un nome (dato da Freud) del pensiero, e del pensiero legislativo della legge di moto dei corpi:
a volte per il peggio, ma anche nel peggio c’è una residua sovranità, detta anche imputabilità (c’è sovranità nell’atto);

2° al riconoscere la sovranità del pensiero, anche solo minimalmente riconosciuta come nei suddetti momenti (ma almeno l’appuntamento non è minimale), però in sé stessa non minimale:
nel suo ambito (il moto del corpo nell’universo dei corpi), essa è giurisdizionale:
ha nemici, non concorrenti se non come con-correnti, partner.

La sua giurisdizione (ius dicere) è da sempre minacciata (la minaccia è l’angoscia):
il cedimento a questa minaccia è descritto dal mito della caverna di Platone, cui conseguono prigionieri civilizzati affetti da debilità, errore, delitto, implicitamente patologia.

A fronte di questa minaccia, conviene e sovviene una Amicizia del pensiero, finora esistente solo in forma applicata come “psicoanalisi”, da più di un secolo, a certe patologie.

É desiderabile e progettabile una Società di amici del pensiero che includa sì la psicoanalisi, ma ormai solo come corollario o deduzione, senza ulteriore dimostrazione, da un pensiero statuito e sempre da statuire (ius condendum) nella sua precedenza sovrana.

Lo ius non è teorema né postulato.

L’amicizia non è una cosa “tra amici”:
o è del pensiero o non è, o peggio, è disposta al tradimento (diceva J. Lacan: “Amitié: danger!”)

Milano, 7 gennaio 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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