“ASSOLUTO”

É una parola che ossida gli intelletti, anche quelli speculativamente più arditi. Se ne parla molto in queste settimane, per la recisa posizione di Benedetto XVI anche in connessione con il recente referendum.

Me ne faccio una idea rinnovata e toccabile con mano in questi giorni in cui leggo pagine della Guida dei perplessi di Maimonide, tra le quali alcune sullo shabbàt nella sua osservanza irrinunciabile e esaustiva da parte di coloro che sono devoti al precetto.

Tale osservanza pone l’individuo nella condizione assoluta. Che significa? In essa c’è astensione dal lavoro sotto due aspetti: il lavoro comunemente inteso, quello socialmente necessario, e il lavoro, che pure è tale, della preparazione dei cibi (che vengono approntati il giorno prima). In ambedue i casi c’è sottrazione alla causalità, rispettivamente sociale e naturale. Ecco l’assoluto, ab-solutus, sciolto o esente da-, dalla causalità appunto. É un privilegio.

Lo shabbàt pone l’individuo nella medesima condizione assoluta di Dio, non soggetto alla causalità (noto che è un attributo negativo), lo rende a sua “immagine e somiglianza”. Notevole che il credente, in questo caso, potrebbe anche non essere credente, o coltivare un’idea di “credenza” incommensurabile con ogni altra.

Analogamente, mi pare, per la circoncisione: non c’è alcuna causalità naturale che la comandi o consigli.

Rammento che a Maimonide premeva dimostrare che l’intera Legge non contiene – neppure nei punti più oscuri e tali da rendere appunto “perplessi” – contraddizioni in senso aristotelico, e più in generale che essa non contrasta con la metafisica di Aristotele. A questa condizione Maimonide ottiene il risultato che gli preme, ossia di dimostrare che la vera “metafisica” è la Legge stessa, non anzitutto quella di Aristotele che gli serve da “spalla”. …

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Pubblicato su www.studiumcartello.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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