CHI NON HA, CHE COSA HA?

Ho appena commentato (“La perla, III”, giovedì 29 gennaio) la frase più cinica e infame mai proferita:
“A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”,
aggiungendo che uno che parla così (e i poveri?) sarebbe da impiccare o crocifiggere,
salvo sospensione del giudizio affinché possa rispondere alla domanda:
“Che cosa ha chi non ha?”

Mi interroga al riguardo Luca Flabbi, che mi concede il beneficio del dubbio su che io sia a mia volta tanto cinico e infame da volerlo crocifiggere o impiccare senza equo processo.

Le risposte sono due, in successione e tardomoderne:
gioco su quest’ultima parola per osservare la tardonità della modernità.

1° prima ha risposto Marx:
è la forza-lavoro,
avente come risultato il proletariato, che serve a far sopravvivere la forza-lavoro per mezzo della riproduzione:
non insisto ora sulle classi sociali, ma non perché non sia da parlarne, anzi;
sul pensiero piccoloborghese (intriso di psicopatologia), e sul colpevole abbandono di questa parola, ho già scritto (“La Signorina Fifì, o la ferocia della banalità piccolo borghese”, giovedì 18 dicembre 2008);

2° poi ha risposto Freud negli sviluppi che ne do io:
è la forza-lavoro del pensiero,
che i millenni hanno censurato proprio come forza-lavoro avente effetti di produzione giuridica ed economica;
per questa via intravvedo possibile il ritorno dalla Economy a un’Economia politica rinnovata, ossia alla verità che non c’è micro-economia, ma ora sto eccedendo in brevità:
comunque, lo dice l’attuale crisi economica mondiale.

Il lavoro economico e giuridico di questa altra forza-lavoro è dispositivo, il che la fa libera rispetto al lavoro-servo, il lavoro “socialmente necessario”,
tanto quanto la “pulsione orale” è libera, libetale, “libidica”, rispetto all’alimentazione biologicamente necessaria
(a che cosa mi sono ridotto!, ad usare la parola “pulsione” (?!), proprio io che non la uso mai perché significa legge di moto positiva non istintiva);
sto preparando l’articolo intitolato “Dispositivo”.

Considero così equamente concluso il processo:
l’imputato (di infamia e cinismo) è innocente.

Flabbi mi ha anche chiesto perché “cinismo”:
gli ho risposto che è cinismo verbale contro quello reale, sempre mascherato dalla correctness della formazione reattiva e della caritatevolezza religiosa e laica per i poveri.

É un cinismo che pratico non appena ne ho occasione, per esempio quando dico che gli handicappati sono, alla milanese, dei “disgrasià”, e che “Poveri ma belli” è una bugia perché i poveri sono sempre brutti.

Milano, 2 febbraio 2009

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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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