CHIEDETE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE

Intervista a Giacomo B. Contri di Giuseppe Frangi

 

 

Qual è la posta in gioco nel voto del 13 maggio? Che scenari si potrebbero aprire per la politica, per la società e anche per la Chiesa dopo la sentenza delle urne? E come si inserisce la partita italiana nello scenario internazionale, rimesso in movimento dall’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca? Sono questioni di grande respiro alle quali 30Giorni chiama a rispondere un “non addetto ai lavori” come Giacomo Contri. Psicoanalista lacaniano, autore di una grande quantità di studi, direttore di una prestigiosa scuola di pensiero a Milano, Contri è una delle intelligenze più acute nell’Italia di oggi. Ha accettato di parlare su temi non direttamente suoi, perché convinto delle grandi opportunità, non solo politiche, legate alla scadenza elettorale. In particolare Giacomo Contri ha seguito con grande attenzione la decisione di Giulio Andreotti di scendere in campo con una forza che tenterà di dire la sua il 13 maggio, nel gioco, non scontato, tra i due blocchi. Il 12 marzo scorso, quando Giulio Andreotti a Milano, al Teatro Nuovo, ha presentato il suo nuovo progetto politico, Giacomo Contri era in prima fila.

Il fondamentalismo dell’Italia bipolare. Come giudica questo tentativo della politica di eliminare dal suo dna l’idea del compromesso?

Giacomo B. Contri

Non si aspetti risposte da politologo, bensì da politico, qual è quel nuovo individuo o nuovo cittadino alla cui nascita aspiro, e che io stesso realizzo ben poco. La fine della politica di cui si è tanto parlato è la fine del politico, dell’individuo cittadino.

Ho già avuto modo di esprimere il mio rispetto per Andreotti, e in questa tornata elettorale lo riesprimerò attivamente votando la nuova formazione politica da lui promossa. È un passo, tra altri.

Non si tratta di “tornata” elettorale, di riedizione del noto. Questo bipolarismo – che lei chiama fondamentalista: corretto –, se fosse un invito a cena declinerei l’invito e cercherei nuovi amici o un altro ristorante. Questo o/o mi ricorda la celebre intimazione: “O la borsa o la vita”, un’alternativa in cui si perde in ogni caso, tutt’al più c’è mini/max nella perdita (è meno peggio la borsa che la vita, tanto più che tenendo la vita si potrà poi recuperare la borsa).

Da tempo fioriscono metafore floreali, ma questo o/o mi suggerisce piuttosto la metafora della tenaglia, o dello schiaccianoci, in cui la noce è la testa, o il pensiero, di ciascuno. La mia metafora dice anche che tra i due “o” c’è più sinergia che contrapposizione, in altri termini non si tratta di “bi” ma di “mono”, come nella corrente elettrica che ha sì due poli, + e -, ma al terminale, se lì ci sono io, convergono nel far prendere la scossa. Il risultato, con metafora veteropsichiatrica, è l’elettrochoc. O con Collodi: il Gatto e la Volpe potrebbero anche litigare tra loro: ma chi ci perde è sempre Pinocchio.   …

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30 GIORNI
marzo 2001


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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