“CLAUSURA”, E LA DONNA MANNARA

[Riedito il mio precedente “Clausura” di giovedì 17 luglio, perché lo trovo gaio, nella sua edizione più contratta richiestami da una Rivista cattolica.]

Clausura?:
fa acqua da tutte le parti, sbarre o non sbarre, ed è il bello della clausura, o la sua virtù:
senza di che sarebbe meglio… chiuderla (ma non sono d’accordo con Lutero che l’ha chiusa).

Se avessi un’Azienda promettente, prenderei una monaca come Amministratore Delegato, non per fare famiglia (come ha fatto Lutero).

Non fidatevi delle monache, soprattutto se di clausura:
spesso racchiudono (“clausura”) una donna mannara, che è la specie di donne per cui vado pazzo.

Negli anni ’70 ne avevo una, cui ho dedicato in greco moderno il mio primo libro (“La tolleranza del dolore. Stato, Diritto, Psicoanalisi”, 1977):
μονή σμαράγδι o monastero di smeraldo (eravamo in Grecia):
sono stato a un pelo da strangolarla, perché anch’io sono mannaro, ma ancora oggi la adoro.

Non mi piacciono le donne perbene, a parte che non esistono.

Anche la Madonna era mannara, non perbene:
incinta da sola neanche teenager, così!, e l’Altissimo era d’accordo, ma chi lo sapeva a parte lei? (anche Giuseppe c’è rimasto di sale):
e ha fatto di testa sua, senza domandare permesso a nessuno.

Neanche il figlio era perbene (“la spada non la pace”), tutto sua madre!:
se fossi perbenista dovrei giustiziarlo anch’io.

Caterina da Siena era un’isterica doc (vedi “La santa anoressia”), ma ciò che dico (“fa acqua”) l’aveva capito, tanto da movimentare Papi, Principi, Italiani, Europei, ossia l’universo (non era provinciale cioè tutta isterica).

Fa acqua?:
sì perché c’è affinità tra chiostro e eremo (io sono eremita):
cos’è eremo? (portato al suo estremo logico):
è la stanza di uno, magari una suite del Waldorf-Astoria o un castello (castellano amo castellane):
una stanza che vale non per il contenuto ma per le sue due uscite:
una per girare l’universo (la meditazione ha questa potenza logica, lo sanno anche i monaci tibetani);
l’altra per incontrare altri eremiti secondo una regola:
la “carità”, regola dell’eremita, sta nel riversare in questo incontro, come in ogni incontro, i frutti dell’avere girato l’universo, come a una Fiera campionaria:
chiostro non è ritiro.

Non nomino le mie Amiche claustrali:
leggendomi si divertiranno, confermate nel mio amore da questa lettera d’amore.

Milano, 4 settembre 2008

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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