COMUNISMO

Non lascio il comunismo (ne ho già scritto), avendo oggi come spunto il recente Cosa significa essere comunisti di A. Sofri (la Repubblica, martedì 6 luglio):
è una vita che vedo comunisti-in-crisi, cristiani-in-crisi, perfino psicoanalisti-in-crisi, e la serie non è finita:
“in crisi” è un a-priori dello spirito, una vocazione secolarizzata, più volgarmente e banalmente ma veritieramente detta la sf… come Destino (molte Teorie dovrebbero fare flop! o pfft! come l’amore che si sgonfia in quel film).

Io pongo “comunismo” nel medesimo set linguistico di “amore”, “compagno”, “single”:
sono altrettanti nomi della nostra insistente impotenza a dargli inizio, un’impotenza sempre derivante dalla più illiberale delle sottomissioni, quella a un Ideale (oggi “Sogno”).

Stalin ha dovuto fare ciò che ha fatto per essersi inscritto a forza nel programma del passaggio dall’Ideale al reale, come dire che è stato buono-troppo-buono (chi afferra qualcosa della psicoanalisi sa che non sto facendo una concessione):
Freud ha caratterizzato questo programma con la parola “fretta” (compulsiva), che rintracciava benché in forme tanto diverse anche negli Americani (torna qui utile La democrazia in America di A. le Toqueville di cui non da solo ho parlato):
definisco la fretta come furto del tempo, accettabile con prudenza solo nello sport agonistico.

Forse nessuno più di Stalin è stato animato dall’orribile Ideale di andare “d’amore e d’accordo”, così simile all’Ideale del dovere di essere liberi, che nel migliore dei casi mi ricorda il Generale che comanda “Riposo, signori Ufficiali!” o “liberi!”

anche la “libertà sessuale” è stata una simile consegna, o la libertà alimentare degli anoressici.

Ricordo il mio dramma in tre atti intitolato Stalin (abbrevio molto):

I Atto
“Compagni!”
II Atto
“Abbiamo vinto!”
III Atto
“Siamo perduti!”

seguono i comunisti in crisi.

Riferito anche ai cristiani e agli psicoanalisti concludo:
non andava bene “In hoc signo vinces!”, ma piuttosto “Non praevalebunt” che significa che anche il mio nemico obbedisce alle mie forme per il solo fatto di avversarle senza autonomia o luce propria, questione non di forza ma di forza logica.

Rammento che con il comunismo ci aveva provato anche Tommaso d’Aquino con zero successo, infatti non lo è stato mai a sentire nessuno, illusioni universitarie o predicatorie a parte.

Sto parlando della millenariamente sordida proprietà privata di quell’autentico mezzo di produzione che è il pensiero (ma chi lo ha mai detto?):
la bizzarria è che di questa proprietà privata, a differenza dall’altra non gode nessuno, sia pure iniquamente:
è qui che è arrivato Freud.

Di questo mezzo di produzione parlo come Istituzione sovrana non inferiore alle altre:
millenariamente umiliata e esautorata almeno a partire da Platone, che propone come liberazione dalla servitù del pensiero nella caverna il passaggio a quell’Ideale che produce la servitù nella caverna.

Del “popolo” che consegue ho scritto da poco, così come del comunismo del single.

Per dirla tutta, lo confesso, la “Società Amici del pensiero” che ho appena fondato è una società di comunisti.

giovedì 8 luglio 2010

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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