DEI-CÍ-CÍ-CÍ-DIO

Precede “Il triplice negazionismo”, 31 gennaio-1 febbraio.

Non cambio mai piano, mi sposto soltanto, di volta in volta, in luoghi diversi della mappa (“Enciclopedia”), a sua volta da riscrivere come mappa della terra:
come geografia nonché economia sempre politica (ne ho scritto come di una superficie infinita in “L’Ordine giuridico del linguaggio”).

Il “Partito della linea” (giovedì 15 gennaio, martedì 3 febbraio) divide la mappa, la sistematizza in Regioni dello spirito a regime di protezionismo:
di cui si parla tanto in questi giorni, senza neanche accorgersi che un Protezionismo generale ci precede in ogni dove:
paranoia generale prima delle paranoie individuali e collettive, e come loro condizione.

In un noto film italiano (“Il giorno della civetta”, 1968), un capo mafioso dà una classificazione degli uomini nel cui rango più basso stanno i “quaquaraquà”, o i cì-cì-cì, o i tiri-tera:
queste parole sono formalmente degne di attenzione perché denotano una forma del discorso, anche quello di un Prof. in cattedra nordica, non solo di un sottoproletario siciliano:
al punto in cui siamo, dobbiamo chiederci se esista al mondo il non-quaquaraquà.

Vengo all’argomento o luogo di oggi:
il cì-cì-cì bimillenario con cui gli Ebrei sono stati imputati di “dei(cìcì)cidio”, salvo poi scusarsene e ritirare l’imputazione:
ma non era affatto un’imputazione, benché iniqua e da ritirare, ma un non senso, un cì-cì-cì:
non si uccide “Dio” perché se esistesse sarebbe immortale, si uccide soltanto Tizio, Caio, o un Giosuè-Gesù che peraltro aveva rifiutato di fare leva sulla divinità (lo annotava San Paolo, Filippesi 2, 5-8, vedi “Le due oscenità”, martedì 20 gennaio).

Se proprio si voleva imputare qualcosa agli Ebrei, l’imputazione doveva essere di essersi infischiati con durezza del pensiero di questo singolare Giosuè, di non avere voluto guardare nel becco il suo pensiero-discorso:
ma ciò è né più né meno che quello che subito abbiamo fatto anche noi cristiani, che abbiamo preferito crocifiggerlo a Platone, per poi sistemarlo in una feticistica “Fede”, e Platone ne “la Ragione”:
anziché ascoltarlo per sapere se avesse ragione, o almeno una ragione:
infatti posso avere fede solo in qualcuno che sia affidabile, e il giudizio di affidabilità è ragione:
apprezzo l’affidabilità del sullodato Giosuè per non avere fatto conto sull’allegarsi e addursi come “Dio”.

Non lascio ma raddoppio:
la parola “Dio” è il cì-cì-cì dei secoli, e si vorrebbe ancora farle assemblare (Teoria di insiemi che sono Masse umane) tanti quaquaraquà:
che sono dei(cì-cì)cidio del dio dei cì-cì-cì.

Non esiste deicidio:
esiste l’omicidio; esiste se non l’omicidio almeno l’avversione radicale al pensiero; ed esiste il parricidio, quello freudiano che non è l’omicidio del papà bensì …:
ma da tanti anni ne parlo con un successo non superiore a quello di Freud.

Qui si riapre il pensiero in quanto economico, in quanto pensiero non dell’essere ma del ben-essere.

A noi cristiani continua a restare il caro estinto di una tomba vuota:
con l’allucinazione visionaria del suo “volto”.

Ho appena parlato, e già in precedenza, di un tale pensiero sulla stessa terra, con medesima mappa, in cui parlo tra l’altro delle nevrosi, del loro senso (antieconomico), del loro trattamento.

Milano, 6 febbraio 2009

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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