«É SEMPLICE»

Entrando mi ha fatto piacere, lo dico perché mi ha fatto davvero piacere, rivedere fra i presenti in particolare alcune persone: volevo dirlo.

É semplice: questo è un inizio.

Dire “è semplice” non è ovvio. Ricordo che mi sono rimproverato diversi anni fa per avere detto di un ragazzo: “Ma è un semplice!”: era di quei ragazzi che di solito si dicono “indietro”, indietro di testa, semplice non era la parola giusta.

Se avessi detto: “È mezzo scemo”, popolarmente, avrei parlato meglio. È un torto che ho avuto e capita di averne.

Imparavo all’inizio della Facoltà di Medicina l’espressione “una soluzione semplice e elegante” per designare un risultato scientifico pregevole. Indicare semplice unito a elegante non è male, è un’accoppiata indovinata: chiamare semplice una soluzione scientifica era chiamare semplice il risultato di un lavoro di decenni, se non di secoli.

Ecco reintrodotta una parola guastata dai millenni, come altre parole importanti: amore, per esempio, e ci tornerò, in relazione con diritto. Tutti direbbero che la parola amore ci sta a cuore, mentre diritto è sempre lì… “freddino”.

Recentemente ho scritto che la parola amore designa un ordinamento, quindi, salvo eccezioni fraseologiche, non direi mai “Ti amo” (“ti” complemento oggetto), proprio come non direi: “Ti diritto”: diritto, ordinamento.

Non faccio mai il bravo ragazzo della parrocchia che cita solo un po’ le frasi consacrate, però qui ho motivo di ricordare quella frase “guastatissima” – sapete di chi – che diceva: “Ti ringrazio, Padre, perché queste cose le hai rivelate ai semplici e non ai sapienti”. I semplici, che erano i bambini – “a questi piccoli”, dice il testo –, non sono affatto semplici.

Dico subito che cosa è semplice o a cosa, anzitutto, applicare l’aggettivo semplice: non si applica mai ad una cosa né ad una persona presa come cosa, il che non sarebbe offensivo: cosa in latino è res e una persona può benissimo essere qualificata come res, cioè una realtà, perché res vuol dire realtà.

L’aggettivo semplice si applica a una relazione – relazione e rapporto sono sinonimi –, che è una relazione fra termini.

Perché lo dico? Perché un vizio comunissimo e quasi indistruttibile, veramente un vizio della mente, è quello di designare con la parola relazione o rapporto quello tra due persone: tra due persone non c’é mai nessun rapporto. Una volta lo dicevo e lo applicavo anche al fare l’amore, in cui si crede che il rapporto ci sia e anche specialmente che sia intimo.

La parola intimo non mi fa affatto venire in mente il fare l’amore, mi fa venire in mente l’intimo, quello dei negozi di biancheria. Ricordo la prima volta che, qui vicino, la commessa mi disse che mi accompagnava nel reparto dell’intimo: io non avevo mai sentito questa espressione, credo che fosse l’inizio dell’uso di questa parola; c’era “l’intimo”.

La parola relazione non si applica a due persone, ma a due termini. Non sono gli unici termini esistenti al mondo, sono quelli che prescelgo, diciamo, nell’introduzione di oggi: la relazione semplice che designo è la relazione di imputazione.  [segue]

 

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Pronunciato il 5 novembre 2016 con Altri
Trascrizione a cura di Sara Giammattei
Revisione di Glauco Maria Genga
Testo non rivisto dall’Autore


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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