“ESIGENZA”?

SABATO DOMENICA 13-14 FEBBRAIO 2010
in anno 153 post Freud amicum natum

 

 

Non ho esigenze (non sono esattore):
però ho avuto a lungo questa parola-Teoria in comune con molti anzi, come col tempo ho finito per riconoscere, con tutti:
con tutti, del tutto praticamente e con conseguenze sistemiche debilitanti.

É la solita Teoria, la Teoria di una mancanza che prima o poi si fa aggressiva, tasse da esigere.

Sono radicalmente privo di esigenze, nella misura stessa della mia sanità:
ciò che mi distingue come umano non è l’esigenza
– che poi si autogiustifica come “superiore”, “virtute e conoscenza” di “bruti” che prima o poi diventano brutali -,
bensì l’eccitabilità, eccitabilità del pensiero secondo il fine del moto.

Ciò che mi distingue come uomo non è l’esigenza, prima o poi esattoriale e brutale, ma il pensiero che, eccitato dall’acino, trans-forma questo in materia prima che, materia restando, finirà in vino, meta:
è l’Ordine già detto della “pulsione”, pensiero ordinante che ricapitola quello freudiano.

E’ netta l’alternativa di Civiltà tra eccitamento come vocazione (poi vocazione per offerta precedente la domanda), e esigenza come patologia e pretesa o violenza:
non c’è esigenza che esattoriale, quella dell’esigere le tasse, legittime in un solo caso (sappiamo quale), e anche queste pagate col collo storto.

Fuori da questo caso, “esigenza” è parola da stupratore (de Sade vedi “Boudoir), Teorico massimo, Teorico e cretino nonché delinquente.

Esigenze “spirituali”?, “divine”?, al … diavolo!, idee come queste hanno già abbastanza annoiato la mia giovinezza nonché millenni di storia dell’umanità, veramente diabolico!:
è l’eccitabilità-vocabilità a essere trascendenza rispetto alla natura.

Quando sposteremo  l’amore dall’esigenza all’eccitamento?:
l’amore, se è, è come il vino, ci vuol arte.

da qui, ci vuole poco a passare alla critica della pretesa esigenza di “felicità”.

Non ho neppure esigenze sessuali (“sessual-ità”), di gradevole trovo solo offerte, eventualmente anche da parte mia (non sono un egoista).

Usa scomodare “Dio” come risposta all’esigenza:
ma qualsiasi cosa si pensi o creda intorno a “Dio”,
– una parola che accetto ormai solo come sostantivo ausiliare come si dice “verbo ausiliare” -,
esigo motu proprio che “Lo” si rispetti quanto basta per evitargli l’ingiuria di farne l’oggetto di una prova psicologica anzi istintiva della sua esistenza.

Tra le esigenze c’è quella, orribile, che è detta “speranza”, e qualcuno ha anche elucubrato un “principio speranza”:
sono sì uomo di principî, ma di principî degni ce n’è uno solo, quello detto, come principio, “di piacere” (poi “di realtà”):
esso è un principio economico, quello per cui l’offerta precede la domanda.

Non spero affatto nella vita eterna, non ne ho la domanda o esigenza, salvo che prima io ne abbia un’offerta appetibile ossia giudicabile come affidabile:
senza una tale appetibilità, non mi fido affatto di un “Dio” che sarebbe la risposta a una tale mia “esigenza”.

Ecco perché, fatta e scontata l’esperienza irreversibile e gradevole della miscredenza, mi trovo a poter essere cristiano:
perché in questo caso trovo appetibilità, affidabilità di un’offerta precedente la domanda:
cosa me ne farei di una vita eterna senza vinificazione?

Cristiano, nonché freudiano, sono non solo miscredente ma ateo [1]:
proprio come Gesù, cioè un vero ebreo anche in questo:
egli rifiutava, per produrre asserzioni, di alienarsi nella Teoria greca (“Dio”), e produceva le sue asserzioni in proprio come fonte, cioè autorevole, di esse.

In queste era anche un ockhamiano ante litteram (“entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”), e lui non aveva alcuna necessità discorsiva dell’Ente “Dio”:
quanto tempo noi cristiani abbiamo perso con “Dio” inventando la Teo-logia cioè una necessità-coazione discorsiva?

Ma da venti secoli lo trattiamo come un bravo ragazzo ignorante benché ispirato, ignorante di “Dio”:
pazienza, ci siamo detti, lui ha fatto quello che ha potuto, e quello che mancava, l’esigenza, ce la mettiamo noi, così lo rendiamo un po’ religioso (nel “Grande Inquisitore” di Dostoevskij questo non c’era).

Ma,  come si dice, si fa quello che si può, e abbiamo sbarcato il lunario con la stampella mentale “Dio”:
oggi non provo neppure più irritazione quando autorevoli cristiani invitano a “cercare Dio” di cui, come già Gesù, non ho la minima esigenza.

Diffido dei “Diritti” come esigenze riconosciute, finisce male (da riprendere).

______________

[1] J. Lacan avrebbe scritto a-teo, cioè “Dio” come Teoria o Oggetto causale.

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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