FATHER & SON

SABATO DOMENICA
31 maggio-1 giugno 2008 in anno 151 post Freud natum

 

 

Lettura di:

S. Freud
Sul padre
OSF passim

É sempre da freudiano che mi applico a un personaggio la cui celebrità è inversamente proporzionale alle informazioni che ne abbiamo:
si tratta di uno Joseph italianizzato in Giuseppe preceduto da “San”, per parlare del quale non ho bisogno di diventare parroco.

Ho promesso di dirne qualcosa scandalosamente per contrastare lo scandalo dato dalla sua tradizionale presentazione sotto vesti edificanti, che è poi lo scandalo peggiore perché censurato e sottratto a ogni critica (vedi per esempio “Sacra Famiglia”):
molti parroci sarebbero scandalizzati all’apprendere di essere scandalosi:
taglio a metà quello che direi, tralasciando un capitolo per non esagerare in (de)scandalizzazione malgrado la completezza e correttezza esegetica.

Come sempre, aderisco alla narrazione come pura narrazione, alla lettera, senza nessun “occhio della fede” che per definizione è visionario ossia senza fede alcuna (non c’è nessuna fede nei visionari del “volto di Dio” o del “volto di Cristo”, brrr!):
questo Joseph è narrato come un aristocratico di alto e primo rango, discendente in linea diretta nientemeno che dal Re Davide:
non sono qui interessato alla verità storica ma solo a quella (psico)logica.

É proprio nell’alto rango di buon… rango, che nulla osta a che facesse per esempio il contadino, o il pescatore, o nel suo caso l’artigiano del legno, proprio per l’insito apprezzamento del lavoro
– non conosco nulla di più plebeo del disprezzo per il lavoro -:
ma nulla a che vedere con il piccoloborghese di una botteguccia di falegnameria:
ecco un esempio di scandalosità predicatoria, fatta propria da Hollywood che a sua volta ha ispirato la predicazione (ma forse nella “Storia” in principio erat Hollywood).

Ci sono casi, come questo, in cui scarni cenni narrativi sono più stringatamente eloquenti di un’intera epopea:
infatti qui diventa più facile il passaggio al figlio:
le cui pretese di sovranità, discese “per li rami”, sono notorie fin dalle prime gesta (non perché si volesse “rex Iudaeorum”).

Sono tali pretese a rendere meritato il titolo “padre” in quanto conferito dal figlio, ossia secondario (= derivato) alla recezione di un’eredità, almeno quella della titolarità:
non c’è maggior pensiero della titolarità che quello della titolarità del pensiero, del pensiero come primo.

Un tale figlio aveva un tale pensiero sovrano, e per questo continua a essere considerato un pazzo, o almeno un visionario quantunque celeste, o un autistico o idiota superiore, anche “in casa propria”.

Ecco un caso di figlio non parricida, perché dal “padre” recepisce il titolo sovrano legittimandolo come padre:
in “Father & Son” il Son fa il Father, anche da Daughter.

C’è un abbastanza recente inedito di Freud che va in questo senso.

La mia antipatia per i Vangeli gnostici deriva tutta dallo spirito piccoloborghese che li pervade:
ho già ironizzato su quel Gesù che sposa la Maddalena e fa con lei tanti bei Gesùbambini.

Il capitolo che tralascio (non dico che lo censuro) riguarda il congetturabile status coniugale di Joseph, ma [omissis].

A lunedì il John Donne mandatomi da Glauco Maria Genga.

Milano, 31 maggio-1 giugno 2008

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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