FATTI I … TUOI

Mi sono pressoché impegnato, in una seduta di ieri, a commentare un lapsus, pur ritenendo preferibile che lo facesse la persona interessata, ossia che si facesse i … suoi.

Ma lo faccio ugualmente:
sia per procura, perché come psicoanalista sono un procuratore legale che agisce per-conto-di;
sia perché, in simultanea, non sarei uno psicoanalista se io stesso non mi facessi i … miei, che sono gli stessi dei miei clienti in un altro punto dell’universo,
– c’è rapporto senza necessario contatto, e se li si confondono si fa contatto ossia si prende la scossa -,
clienti che tali sono perché riconoscono (chi più chi meno) che stanno facendo male i loro.

Per inciso, la differenza tra poltrona e divano rappresenta la distinzione tra rapporto e contatto.

Se uno si fa i … suoi allora, mediatamente, si fa anche quelli dell’altro, senza per questo mettergli mani o parole addosso (“fare il suo bene” è la giustificazione di ogni orrore):
ancora una volta, si tratta di legislazione universale a sede individuale.

Il “Dio” che penso è d’accordo con me, e detesta di essere preso per uno che sa e fa il bene di tutti, anziché per qualcuno che sa e può farsi i … propri:
se non ne avesse non esisterebbe, ossia l’unico caso che legittimi la parola “ateismo”.

La “dura cervice” è sì un fatto, ma è quella dell’impotenza di chi non si fa i … suoi.

Solo uno sciocco crederebbe di avere già capito ciò che i (…) designano, e che io li abbia segnati per pudore letterario.

Ora il lapsus:
intendeva pronunciare il celebre detto della pagliuzza e della trave nell’occhio, ma invece di “trave” ha detto “chiave”:
gli astanti hanno ridacchiato, il che ne fa degli sciocchi (auguro non inguaribili):
sciocchi non per avere pensato al significato fallico ma per averne riso – ridere del tragico è sadico -, impedendosi così di capire quel che c’è da capire.

Il bello è che è facile, basta pensare all’ignorata ma intrinseca sapienza dell’espressione triviale italiana:
infatti tutti sanno che “Fatti i … tuoi!” riguarda non ciò che la parola (…) designa, bensì gli affari in generale, con la sapienza dimenticata di designarli tutti a partire da uno particolare:
non perché questo abbia rilevanza sugli altri, né perché dia il senso di tutti gli altri, ma semplicemente perché esso è stato deviato e corrotto come lo sono state le Termopili:
una località particolare che per quanto ne so potrebbe anche essere amena, buona per passeggiarci quando capita:
però maligna quando è sopravvalutata fino a farne la … chiave dell’affermarsi della civiltà ossia degli affari, e allora rien ne va plus fino al sangue:
il padre islamico che sgozza la figlia ne è solo un esempio tra mille per mille, e non ad origine specialmente islamica:
da noi ci si sente occidentalmente buoni solo perché abbiamo depennato questo dai modi di far colare il sangue e l’anima per la medesima ragione:
non c’è scontro tra civiltà, c’è scontro nella civiltà.

Freud è stato soltanto come un italiano che sappia analizzare con completezza e in tutta la sua portata la sapiente frase “Fatti i … tuoi”:
insieme al sapere che “quelli” sono anch’essi affari, peraltro contingenti più di ogni altro, da non isolare in una “sfera” a sé, frutto della delirante astrazione “sessual-ità”, che si erige in armi (ecco il “fallo”, non l’organo che può perfino esserne reso impotente) contro la civiltà degli affari:
poi, riescono sì a rientrare negli affari ma solo come il millenario affare prostituivo, che è il più comune compromesso della civiltà, anche nelle “migliori famiglie”:
insomma Freud ha semplicemente e realisticamente osservato che se uno non si fa anche i c… propri identici nei due sessi, ossia non si mette in regola rispetto alla sua bellicosa sopravvalutazione di essi (strumentalizzando la moralità), non si fa neppure gli affari propri (identici nei due sessi):
non ci sono affari distinti tra maschili e femminili:
non lo capisce quasi nessuno, ma i maschi meno delle femmine.

L’errore “sessual-ità” è l’errore filosofico dell’umanità, nonché l’errore cruciale (ciò non significa il primo) della Storia della filosofia, al quale tutti sono crocefissi (un supplizio da schiavi).

Un altro beneficio del lapsus è quello di permettere un’esegesi finalmente corretta della celebre frase:
1. abolisce l’importanza della quantità (pagliuzza/trave),
2. le riconosce valore costruttivo, spostandone l’accento sugli affari (compresi “quelli”), e individuando la pecca solo nell’ostacolarli mettendone uno di traverso:
del resto, l’idea di trave nell’occhio è ridicola, salvo che significhi bastone tra le ruote, l’unico posto in cui non bisogna mettere i bastoni.

“Fatti i … tuoi” è dunque il motto dello psicoanalista così come dell’economista (e del filo-sofo se sapesse il fatto suo come amico del pensiero).

Ma attenzione, ho qui fatto lo psicoanalista?:
anzitutto è ovvio che no, ho solo fatto dell’amicizia per il pensiero, o per gli affari:
in quella seduta sì, ma anche in quella solo a titolo di amico del pensiero:
questo articolo potrebbe comparire su qualsiasi giornale del mondo, a prescindere dalle riviste di psicoanalisi e dai relativi consessi e congressi.

Un paziente di psicoanalista è guarito quando scrive lui-lei questo articolo:
“scrivere”?, boh, il verbo giusto è “porre”, e molti sono i modi di questo atto.

Milano, 25 settembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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