GLI PSICOTERAPEUTI NON SONO MIEI FRATELLI

Ho appena scritto, lunedì 15, che C. G. Jung non è mio fratello:
lo ripeto per i diversi psicoterapeuti e i loro maestri, che pure hanno tutti i miei leali auguri di cittadino a cittadini, fuori dalle infide sabbie mobili fraterne dette “Psicoterapia” e “Psicologia” [1].

Tali sabbie sono fatte apposta per stupefare l’individuo a rinunciare a quella competenza senza la quale la parola “libertà” è solo un proclama, una grida manzoniana, un flatus vocis:
parlo della competenza psicologica, che non può essere di nessuno se non dell’individuo:
denuncio l’ignorata sopraffazione di un secolo di “Psicologia scientifica” [2].

Smarrita com’è la competenza psicologica individuale − tornerò sull’importante parola “smarrimento” −, Freud ha ideato un Seelsorger, curatore d’anime, compagno, per ritrovarne il filo precocemente censurato con oscuramento della censura.

Sorge in tedesco significa cura in ogni significato, dalla cura del giardino (ricordo Voltaire) alla cura medica della malattia.

La psicoanalisi cioè Freud unisce i due significati (a quasi tutti sfugge questa unione):
quanto al secondo, Freud ha sempre chiamato Arzt cioè medico lo psicoanalista anche quando non ha studiato medicina, perché della medicina ha tutta la ragione concettuale-lessicale:
vi si tratta di patologia, sintomatologia, nosografia, eziologia, terapia, guarigione.

Nulla a che vedere con le vaghe espressioni esistenzialistiche “disagio psichico”, “male di vivere”, “percorso”, “trattamento” con significato indeterminato (le diverse pratiche orientali e lo sciamanesimo ci stanno di diritto, e questa non è una battuta):
anche i sassi sanno che nella psicoanalisi la guarigione è cercata come tale benché con altri mezzi, cosa già ovvia nel fatto che il protagonista del lavoro psicoanalitico è il paziente, con rovesciamento rispetto alla terapia medica.

Il guazzabuglio detto “Psicoterapia”
− non ne sto offendendo alcuna, con ciascuna convivo civilmente, ma sto denunciando la vuotezza della categoria come puro flatus vocis per designare numerose “psicoterapie” tanto difformi tra loro fino al comico −,
ha di accomunante soltanto la rinuncia all’unica fonte concettuale della parola “terapia”, la medicina appunto con i suoi concetti (mi ripeto) di patologia, sintomatologia, nosografia, eziologia, terapia, guarigione.

Il minimo buon senso logico, linguistico, scientifico indurrebbe “La Psicoterapia” a rinunciare all’improprio e confusivo uso della parola “terapia”:
si parli piuttosto, a scelta, di pratiche di fitness (essere in forma, buona salute), di wellness o welfare, di pratiche di salvezza, human help, riabilitazione (la medicina non è riabilitazione), counseling, samaritanismo a pagamento, e altro ancora neologismi compresi, ma basta con la mistificazione della parola “terapia”:
dire “Le Psicoterapie” è semplicemente un abuso volgare.

Nella proposta freudiana la psicoanalisi è certamente psico-terapia (con l’alternativa secca che sia ciarlataneria):
ippocraticamente potrei chiamare “fratelli” i miei colleghi medici, e come psicoanalista lo farei anche se non avessi studiato Medicina.

Voterei a favore di un referendum che volesse la penalizzazione della ciarlataneria, con la psicoanalisi tra i principali imputati, cioè finalmente un po’ di discussione che non si trova mai (c’è chiasso non discussione):
ho già ricordato che Freud era nostalgico della sua prima epoca in cui era accusato appunto di ciarlataneria (Kurpfurscherei), proprio perché con le sue idee pretendeva di curare in senso medico.

Tornerò sulle psicopatologie come le patologie dello smarrimento (triplice).
________________

[1] Ho sotto mano il libro Le psicoterapie a cura di Glen O. Gabbard, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010: suggerisco di servirsene per verificare se ho ragione o torto.
[2] Diversi anni fa andava forte l’argomento che il Fascismo era contrario alla “Psicologia scientifica”: ma era perché il Fascismo avocava a sé la medesima sopraffazione. La “Psicologia scientifica” è il peggiore equivoco della democrazia: A. de Tocqueville in La democrazia in America, 1835 e 1840, lo avrebbe osservato se avesse scritto un secolo dopo.

giovedì 18 novembre 2010

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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