“GRANDE”, O L’INFANTILISMO

Due anzitutto sono le parole di cui conviene ridurre al massimo la frequenza d’uso, se non proprio abolirle.

Sto parlando di una delle più importanti decisioni intellettuali e pratiche che uno possa prendere nella sua vita, forse la più importante:
quella di non usare più certe parole, espressioni, non solo stereotipi e tic verbali ma modalità e procedure linguistiche, e simultaneamente di adottarne di nuove.

Ne dipende la salute, e l’unica salute che conosciamo:
non quella su modello medico, regressiva, bensì quella progressiva che è l’approdo alla guarigione da un errore forzoso, o psicopatologia (se esiste progresso, questo si chiama guarigione).

Quelle due parole sono: “grande” e “espressione”.

Sull’esprimere come nemico del nutrire ho scritto in precedenza.

Sulla “grandezza” (ora non  mi sto occupando di fisica, nè della storia di questa parola nella storia della fisica), dico che è corretto e onesto parlarne solo in negativo:
per dire che non esiste qualcosa di più grande del pensiero individuale, salvo impoverimento patologico di questo.

Cominciavo a accorgermene quando, nel 1977, pubblicavo il mio primo libro sul diritto (“La tolleranza del dolore”), avendo sott’occhio un’illustrazione seicentesca del “Leviatano” di Th. Hobbes:
la figura di un Principe il cui corpo è composto del corpo dei sudditi, e dunque più “grande”.

Lo Stato non ha “grandezza” maggiore del pensiero individuale, né Dio (ho dalla mia perfino il libro della Genesi: “A immagine e somiglianza”):
molti mi concederebbero la prima asserzione, non la seconda, ossia giocano su due tavoli logici.

Compio ora un passaggio un po’ rapido perché questo non è un Trattato:
considerare “grande” quell’immensa banalità pulverulenta che sono le galassie, è un segno non di Dio ma solo di infantilismo, che continua a perdurare e che era già durato per tutto il tempo in cui si stabiliva la dimora di Dio aldilà della sfera delle stelle fisse.

Ci sono anche le Istituzioni dell’infantilismo, anzitutto la religione, che dovremmo studiare proprio come si studiano le Istituzioni di diritto romano:
ricordando che l’infantilismo è dell’adulto, non del bambino;
che il bambino non è religioso, e se lì per lì è disposto a credere qualsiasi cosa, con affetto e senza obiezioni, è solo per senso logico del linguaggio (non mi spiego), e senza  che gli importi niente di Babbo natale né di Gesù bambino.

Gesù la faceva finita con la religione.

Il bambino diventa religioso dopo l’angoscia, o il senso di colpa.

Tutti i predicati divini, a partire da “grande”, valgono quanto un pugno di mosche:
Dio è misericordioso perché non gli salta la… mosca al naso (per come lo si predica ossia “Signore Signore…”).

Come psicoanalista posso sopportare tutto, anche di essere definito ciarlatano (Kurpfurscher lo si diceva già di Freud, che si divertiva e non ne era offeso), ma non di essere definito “grande” psicoanalista (qualcuno bontà sua l’ha fatto).

Non è metafora dell’amore l’abbraccio, della mamma o della sfera delle stelle fisse.

Converrebbe diventare seri, cessare di essere seriali.

Milano, 5 marzo 2007

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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