I LAPSUS DEI POLITICI E IL PIÙ ANTICO VELENO POLITICO

É abbastanza frequente che, come tutti, anche personaggi pubblici di ogni specie commettano in pubblico dei lapsus:
sappiamo che si correggono frettolosamente per far dimenticare l’”incidente” (mentre era una vera incidenza politica):
accade a volte che, in privato, un intimo glielo faccia notare:
se mal non l’incoglie ci scherzano sopra.

Ma non c’era niente di privato:
“privato” è solo una classificazione ad hoc o di comodo, bidone di rifiuti considerati come neppure riciclabili.

Non ci vorrebbe molto a scrivere un libro che li raccolga (avrebbe più fortuna delle “Formiche”: se troverò il tempo forse lo scriverò io), magari con una seconda parte di narrazione dei sogni di questi personaggi:
alcuni, se intervistati, forse si lascerebbero andare, benché io dubiti in anticipo della sincerità dei racconti:
ma uno psicoanalista che sappia il fatto suo dovrebbe accorgersene, ossia dovrebbe conoscere la diagnosi differenziale dei finti sogni (nella letteratura o nel cinema non ho mai trovato sogni degni di questo nome).

Non si tratta di “privato”, ma di scoperta del fatto che,  in politica, degli uomini anzi dei cittadini non si sa quasi niente, e non si vuole saperlo, a partire da sé stessi.

Sarebbe il primo libro di una nuova era politica, cui il mio Blog è dedicato:
ho già scritto che lo considero giornalismo.

Lapsus e sogni segnalano un universo di mete, ragionamenti, giudizi, interessi, contraddizioni non banali, atti come atti mancati o riusciti, che mirano ad avere voce in capitolo (ecco il “desiderio”):
che è capitolo di massimi sistemi, non di microeconomie psichiche.

Si tratta anche della scoperta che il “Pubblico” continua a essere costruito come censura, non del privato ma dei massimi sistemi.

Con questo non dico affatto che la politica deve o dovrebbe dare la felicità, anzi una tale idea è il massimo incubo politico:
bensì che la politica non ha ancora fatto ciò che dovrebbe fare per essere tale:
riconoscere costituzionalmente la competenza psicologica individuale, la libertà di psicologia come e più che la libertà di espressione, di associazione eccetera:
con altre parole ancora che, o la competenza psicologica è individuale – come quella del conto in banca -, o non esiste competenza psicologica.

Ufficialmente si ammette che tra le conquiste della Civiltà vi sia che nessuno vorrebbe una Filosofia di Stato o una Religione di Stato:
ma c’è Psicologia di Stato, e come monopolio di Stato, sotto le apparenze del pluralismo disciplinare (come il monopolio delle sigarette con pluralismo di marche):
ecco lo “Statalismo”, l’unico che rimane, parrocchialismo nel “globale”.

Negli anni ho raggiunto la convinzione che “La Psicologia” è il dogma che proprio come dogma fa da unico fattore (nemmeno il Capitalismo) che tiene insieme, fin che dura, il nostro mondo così com’è.

Si osserva che questo pluralismo di facciata del monopolio ha tendenze e forze egemoni individuabili (magari domani saranno altre).

É la mancanza di libertà costituzionale di psicologia, non il malgoverno, a produrre indifferenza e disaffezione politica, e perfino malgoverno.

É ciò che è mancato fin dall’alba del pensiero politico:
peggio, è non mancato ma proibito, peggio, è censurato il pensiero:
Platone è stato il primo autore di questa censura per mezzo dell’“anima” o “psiche”, parola che, non a caso, compone proprio la parola “psico-logia”, e per questo censura la psicologia surrogandola con un veleno o, in era elettronica, un virus:
l’anima è la censura del pensiero (che ormai pleonasticamente chiamo “di natura”).

Freud è arrivato proprio a questo punto:
era il politico nuovo.

Ma di Freud resta un nido di rondinini che pigola sempre più piano.

Milano, 11 giugno 2007

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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