I MIEI MAESTRI, IL MIO PARROCO, E IL PERMESSO

Ho avuto almeno un privilegio, quello di Maestri (non “del sospetto”) come Freud, Lacan, Marx, Kelsen, Weber, Kant come maestro-avversario (ne sto omettendo alcuni, non per censura).

Però sarei iniquo se non menzionassi anche il mio non celebre Parroco di seconda infanzia (6-11):

che meraviglia di Parroco!: egli è stato, oltre mio padre, un maestro di logica.

Perché?: perché era l’incarnazione del “No!”, a tutto:

anzitutto alle donne – assenti assolutamente nei suoi sermoni, tutt’al più menzionava pudicamente la Madonna -, ma poi anche alle cose più alla portata parrocchiale di noi bambini: i comics o fumetti  erano “no!”, anche quelli della “buona stampa” cattolica; così come era “no!” il cinema in sala non solo pubblica ma anche parrocchiale, che tollerava appena; e anche la normale agitazione ludica di noi bambini.

Ma non lo sto esaltando perché era un burbero benefico (e lo era), bensì perché il suo “no!” così perentorio e assoluto mi ha coadiuvato nel pensiero:

infatti se tutto era “no!”, allora toccava a me vedermela, il campo era libero: bene e male erano affar mio.

Ricordo ancora con affetto che, di conseguenza, al suo cinquantesimo di sacerdozio gli ho fatto un regalo spropositato:

all’età di dieci anni gli ho mostrato la mia riconoscenza regalandogli una pianeta con il denaro che avevo guadagnato per mezzo della mia prima attività imprenditoriale (un traffico di chincaglieria raccattata e venduta).

Per le mie Zie adorate – dello stesso stampo: “No!” a tutto – ho ancora lo stesso affetto, e per la medesima ragione.

Ma perché affetto?, e non masochista?, quale era l’oggetto del loro “No!” così assoluto?:

ebbene, l’oggetto del “No!” non era questo o quello: era la domanda di permesso.

Permesso è ciò che è universale senza chiederlo (è il concetto di permesso giuridico).

Da anni so che i Logici non hanno molta simpatia per il permesso giuridico, che significa:

non si domanda ciò che è già giuridicamente permesso alla competenza individuale, o anche: non domandarmi ciò che è già tuo.

Non domandare quando si tratta di prendere iniziativa.

Se avessi domandato al mio Parroco il permesso di diventare psicoanalista, lui mi avrebbe denunciato al Sant’Uffizio:

solo poi ho capito che in tale caso mi avrebbe denunciato non per la psicoanalisi, ma per avergli domandato permesso.

Non avendolo fatto, anni dopo mi avrebbe certamente mandato dei pazienti.

Se mi trovo con amici su una spiaggia estiva, e con tanti bambini in giro, se uno di questi si getta in acqua io mi astengo da ogni mossa, salvo un’occhiata paterna per contrarietà alla mortalità infantile:

ma se uno di loro me ne chiede il permesso, io gli rispondo inflessibilmente “No!”: l’esperienza mi ha mostrato che i più svegli non mi stanno neanche a sentire, e che gli altri li seguono a breve (poi mi apprezzano).

Le “ragazze” mi piacevano già allora, ma non erano il mio primo pensiero: e in effetti a nessuna ragazza piace essere il primo pensiero, oggetto dell’idiozia teorica dell’istinto come permesso naturale di cui domandare permesso morale.

La “donna oggetto” giustamente deprecata dal femminismo storico, è “oggetto” non per il solito maschio cretino e inibito, e a volte stupidamente brutale, ma per la Teoria, maschile quanto femminile, che produce l’oggetto, eterosessuale o omosessuale non importa:

è solo mercato in quanto il mercato non della prostituzione ma della Teoria, ossia il vero mercato generalizzato della prostituzione.

Milano, 17 aprile 2007

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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