I SENI DI MEDUSA

Intervento controcorrente e antipatico

 

 

[Con lo stesso titolo, “I seni di medusa”, pubblicavo su queste pagine il 16 settembre una condensazione anticipatoria di un articolo su Th. W. Adorno chiestomi da una Rivista, inviato ieri sera: segue il testo completo, con sottotitolo nuovo.]

L’antecedente generico ma subito efficace del poco che ora dirò è il Lenin di “Materialismo e empiriocritismo”, che leggevo proprio nel ’68, accompagnato in ciò da Althusser (“Lenin e la filosofia”).

Sappiamo che Lenin, per quel poco che ne sapeva, non aveva nessuna simpatia per la psicoanalisi:
ciò non toglie che, nel mio opinabile ma opinante giudizio, considero quella sua opera come l’opera freudiana di Lenin:
questi non ammetteva, al pari di Freud, un’istanza teoretica superiore, fuori conflitto nella sua superiorità, come giudice irenico di ogni nuovo progetto logico, pratico, politico,
un’istanza socialmente-culturalmente rappresentata dal “Filosofo” o, come lo chiamo da vent’anni, dal “Professore”.

Risparmio qualche battuta lacaniana sul “Professore” e sui “cari studi”, e rammento appena che proprio Lacan ha formulato il “Discorso universitario”, di cui Adorno è stato tra i massimi rappresentanti in quegli anni.

La parola “Istanza” da me appena usata lo è stata con intenzione:
è un’allusione al “Super-io”:
non mi importa che Lenin in questo momento si stia rivoltando nella tomba, osservando che lo sto “accusando” di avere inconsapevolmente promosso una categoria freudiana.

Già nel ’68, da me molto vissuto anche a Francoforte, Adorno non mi piaceva:
cominciava a non piacermi neppure Heidegger, e non mi piaceva affatto che Lacan ci si fosse compromesso tanto, e con così pochi beneficî.

La disputa di Adorno vs Heidegger non mi interessa, cose da Professori (Gramsci diceva “da Preti):
per i Professori Freud è pericoloso in un senso:
se si vuole avere a che fare con lui bisogna farlo bene, ossia iuxta Freud, altrimenti si rischia una brutta figura.

É alle studentesse sessantottine di Adorno che lascio esercitare il pensiero critico vs Adorno stesso (non dico affatto che hanno agito da psicoanalista).

Nel ’68 tedesco, giovani e belle studentesse di Francoforte facevano la scoperta, dopo quella freudiana della testa di Medusa, dei seni di Medusa (l’episodio è attestato):
la facevano appunto scoprendoli (camicetta aperta) e agitandoli fisicamente in aula universitaria sotto e contro gli occhi di Adorno, che fu obbligato a fare intervenire la polizia, proprio lui!, il Filosofo del ’68 tedesco, della contestazione della repressione, e del Pensiero critico verso Società, Metafisica, Potere:
dicono che sarebbe morto in conseguenza (’69, meno di un anno dopo), cosa non certa ma possibile.

Il loro atto era violento, non erotico:
ma la parola “violenza” non fa ancora giustizia, abusatissima com’è.

Sfuggiva a Adorno, al Professore, che le sue arroganti ignude avevano compiuto proprio un atto filosofico, con altri mezzi da quelli del filosofo di professione (sottolineo freudianamente “mezzi”), e proprio nei confronti del Filosofo Adorno:
esse dicevano, quasi come Amleto, che “C’è più filosofia tra cielo e terra di quella che alberga nella mente de filosofi”:
chi l’avrebbe detto che con i seni si fa filosofia?

Era un duplice atto:

1° le militantemente discinte studentesse offrivano involontariamente al filosofo, su un piatto d’argento, un’occasione da lui non colta:
quella di scrivere un saggio (lui che ne scriveva tanti) sulla bellezza finalmente correlata ai sessi.

Toh!, si sarebbe chiesto Freud (tanto citato da Adorno) come per la “cosa” della Medusa:
com’è che questi indiscussi simboli della bellezza muliebre possono venire agitati (alla lettera) offensivamente, minacciosamente, angosciosamente, insomma non essere poi tanto … belli?:
eccellente occasione ma perduta, per il filosofo, di rivoluzionare la tradizionale idea di bellezza che si trasmette immutata e immacolata (!), Immaculée Conception, da Platone a noi, accusando così il nostro torpore millenario.

2° in ambedue i casi, vulva o seni, una Medusa sogghignante accusa l’impotenza maschile
– il che non mette la donna al riparo dalla ritorsione speculare, come il mito già annotava senza pietà, e il mondo resta impietoso – :
in breve il Filosofo, Professore ontologico
– le “ragazze” criticavano l’ontologia del Professore -,
con altri a lui coevi (per esempio M. Foucault), non si è lasciato scuotere dalla sua fede metafisica, e secondo me fanatica, nell’esistenza di “Il Potere”, sia pure repressivo, violento e quant’altro:
non si è lasciato suggerire l’osservazione freudiana, poi lacaniana, che “Il Potere” così detto in linguaggio ancora testardamente metafisico, si costituisce su fondo di impotenza, quella imputata benché parzialmente dalle Walchirie francofortesi.

La “donna mannara” di cui faccio apologia da tempo, e per la quale vado pazzo, non è Medusa, non usa il suo sesso come minaccia angosciosa ossia come spada:
ha sì la spada ma distinta dal suo sesso, e non desidera doverla usare:
quanto al suo sesso, se la vedrà con un uomo che le serve a qualcosa (sempre più raro), che se ne intende (di che?), senza il mercimonio universale dei sessi (quello di strada ne è la forma ingenua).

Antipatico per antipatico, riferisco una mia battuta di repertorio per caratterizzare il “Professore”:
un Ginecologo di lungo Corso anche accademico, e di chiara fama internazionale, che continua a pensare che i bambini li porta la cicogna.

Voglio trattenermi dal proseguire:
lo farei, con l’accertata scorta di Freud e Lacan, a proposito della storia dell’essere che ha ridotto il pensiero all’impotenza, seguita da impotenza e prepotenza reali, coppia fissa cui riferisco il mio vecchio adagio (1977) che “il buco tra l’impotenza e la prepotenza non è mai stato colmato”.

Nella divisione del pensiero tra “coscienza” e “inconscio”, con virgolette in ambedue i casi perché in ambedue è di pensiero che si tratta,
e visto che sappiamo che la coscienza è una bella … incosciente!,
– e secondo me Adorno non ne mastica nulla, di questa divisione, perché gli piacerebbe che si trattasse di una partizione sistematica da Professore -,
incontriamo l’impotenza della coscienza che per “farcela” sa solo farsi prepotenza.

Non c’è “pensiero critico”:
è il pensiero che, se è
– non diviso, non patologico, non reso impotente -,
è critico.

Milano, 28 settembre 2008

Milano, 29 settembre 2008

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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