IDOLI

L’eccesso di umanità

 

Una storia edificante che ho sentito narrare nell’infanzia mi ha fatto, fortunatamente, orrore. Oggi, meno emotivamente, mi resta come istruttiva a rovescio: non c’è da farsene istruire, è assai poco edificante. Protagonisti: uno handicappato non meglio definito quanto a diagnosi ed età, comunque sentito come repellente; una suora: la storia, raccontata per testimoniarne la dedizione eroica, pare invece fatta apposta per infamarla e, con essa, l’ispirazione supposta guidarne la condotta. Sembra l’apologo di una propaganda ideologica d’altri tempi. Vi si narra come giorno dopo giorno, per ore e ore, la suora tenesse sulle ginocchia questo essere in sembianza di protoplasma umano, lasciando che “esso”, sorta di “cosa” immemore della scintilla divina in lui, mimasse in continuazione, con un oggetto di legno maneggiato come un rasoio da barbiere, l’atto del farle la barba. Il mio sentimento si è sempre rifiutato di trovare nel racconto alcunché di ridicolo, e nemmeno di grottesco: ho detto orrore, piuttosto. Poiché non c’è nulla dell’informità protoplasmatica nella psiche di un tale soggetto, il cui atto, benché idiota nella sua ripetizione, produce simbolicamente una scena assai complessa, trattandosi dell’atto del maschile radere un viso femminile: dunque idiozia non radicale, intelletto presente e operante, con un’improntitudine di segno indubbiamente patologico, sì, ma che fa almeno sospettare un’intenzionalità, insieme alle precise fattezze dell’atto simbolizzato, non precisamente ben intenzionata.

Ciò dal lato dell’ “handicappato”. Dal lato della suora, non si può certo dire, a dir poco anzi pochissimo, che la storia le renda onore, né nella sua intelligenza né nella sua carità (posto che “carità”, secondo me, è un concetto di efficacia, e anche di intelligenza). Infatti, quale “servizio” rendeva la suddetta, nel suo fare consistente nel lasciar fare fare e ancora fare sempre la stessa cosa? Il peggiore: quello di fissare ancora di più il soggetto nella sua ripetizione simbolica cioè nella sua patologia. Se fosse una storia vera, e i due protagonisti ancora in vita, potremmo immaginarli ancora lì a fare lo stesso, aspettando Godot, nello stupido regno di uno stupido gnostico Dio handicappato. Quale uso di sé offriva alla sua “utenza”, se non quello di supporto di una escalation sadica della patologia del soggetto? E quanto a lei, quale crescita poteva avere – così fissata, anche lei, in un errore senza neppure la luce di una questione – non dico la sua professionalità come ancora non si diceva all’epoca, ma la sua umanità, la sua vocazione, la sua competenza di soggetto?  …

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In M.A. Aliverti, La psicosi dell’handicap, Sic Sipiel, Milano 1991, pp. 169-179.


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Data di pubblicazione: 05/06/2016