IL COMUNISMO DI S.TOMMASO E LA SALUTE

Parto da un punto di applicazione del comunismo di Tommaso d’Aquino, non dalle premesse per non affaticare il pensiero.

Il pensiero è diventato sempre più affaticabile, ossia diagnosi di nevrosi, perché il pensiero sano né si affatica né affatica, anzi è riposante: il sogno – cioè un caso di pensiero: millenni perché qualcuno se ne accorgesse – protegge il sonno.

Tommaso d’Aquino era un comunista dichiarato.

Egli esigeva con forza di logica comunista (Somma Teologica, II-II o Secunda secundae, Quaestio 66 da 1 a 9 e specialmente 6), che un Magistrato di fronte a uno imputato di furto sì, ma per stato di necessità – la sopravvivenza fisica sua o dei suoi familiari -, lo doveva rilasciare, non per motivi morali, non per perdono giudiziale, non per attenuanti generiche ma per la pura e semplice ragione, non di non avere commesso il fatto, bensì perché questo fatto non costituiva reato (di furto).

La premessa comunista generale di Tommaso è di “Diritto naturale”: la terra è bene comune sempre e comunque e, benché poi la proprietà privata di essa trovi le sue ragioni (Diritto positivo) atte a configurare la fattispecie “furto”, a certe condizioni (qui lo stato di necessità) le ragioni della proprietà privata recedono per tornare al comunismo primitivo, in cui non c’è furto.

Non ho svolto ricerche da storico, ma proprio non credo che in qualche tempo un cattolicissimo Magistrato abbia mai dato retta a Tommaso (dichiarando il non-luogo a procedere): ciò in secoli in cui la Somma Teologica veniva ufficialmente collocata sullo stesso piano della Bibbia e, insieme, in secoli in cui il “furto” – ma non-furto secondo Tommaso se per stato di necessità – doveva essere all’ordine del giorno e di massa (carestie, epidemie, guerre, o altri fattori più “strutturali”).

Ma a spiegare non basta la nequizia della storia e degli uomini della storia.

Non gli hanno mai dato retta, non per timore dell’ancora lontanissimo comunismo marxista-leninista, né dei “Fraticelli” evangelico-giustizialisti o dei Valdesi né, più tardi, degli anabattisti-müntzeriani.

Non l’hanno fatto perché non lo si poteva, per fallacia dell’argomento comunista di Tommaso: perché il bene non è la terra (mi ricorda ancora Rossella o’ Hara), né la terra è la fonte del bene:
il bene non è il dato, la “cosa”, l’oggetto, bensì è il frutto o prodotto della terra risultante dall’iniziativa o impresa.

E il primo atto dell’iniziativa è di pensiero: quanti millenni ci sono voluti perché il pensiero passasse dalla natura dell’acino alla meta-natura del vino?

Il pensiero è lavoro: ma il lavoro salariato, ancorché giuridicamente libero, non è pensiero ossia impresa.

Diversi secoli dopo Marx innovava sì tutti i termini in gioco, salvo uno: il suo comunismo non contemplava come fattore strutturale l’iniziativa, l’impresa, in ultima analisi il pensiero, benché lui fosse uno dei più forti e ascoltabili pensatori della nostra epoca.

Il “bene” non è la terra ma il prodotto dell’artificio sulla terra: è all’atto dell’artificio che si applica la distinzione tra vizio e virtù.

“La terra” rende anoressici.

In Marx l’iniziativa, o il pensiero, non è tra i mezzi di produzione del comunismo.

E noi siamo qui.

Ricordo una delle mie prime pazienti, di origine “terrona”, che “La” chiamava “la natura”: proprio per questo era isterica, perché “La” credeva natura, un “bene” per gli uomini e perfino sommo (che stupidi!), senza rendersi conto che da millenni (da prima di Elena di Troia) non c’è nulla che sia più meta-natura, cioè che il pensiero vi ha fatto un inventivo lavoro (adoro la donna inventiva, dai cinque anni ai cinquecento: non la “Donnamadre”, cui il Comunismo novecentesco ha fatto più concessioni che il mio Parroco).

La natura” rende impotenti, oppure omosessuali.

Un lavoro da Primo diritto distinto dal Secondo, non il “Diritto naturale”.

La nostra illimitata attenzione alla psicopatologia riposa sul fatto che essa, in tutte le sue forme, è accomunata dalla rinuncia a imprendere per mezzo di (almeno) un altro per una meta fruttuosa: il suo principio è antieconomico, nemico dell’appuntamento.

La salute è principio economico, lavora all’appuntamento.

(segue: lo dovrebbe a lungo).

Milano, 10 aprile 2007

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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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