IL LAVORO PSICOANALITICO (I): AGORAFILIA APPLICATA

Ricominciamo appena:
il lavoro psicoanalitico – quello che si svolge in uno spazio chiuso solo fisicamente, grazie a due persone in due posizioni non diseguali ma asimmetriche – avviene da più di cento anni:
molto o poco secondo i parametri:
in ogni caso si tratta di lavoro (produttivo), e tra due partner (non come tra medico e paziente).

Il lavoro psicoanalitico riguarda la Cina non meno che gli USA, passando per l’Italia.

Ricordo con favore la migliore vignetta sulla psicoanalisi, vista negli States nel 1980:
in essa divano-poltrona erano disegnati all’inizio della 5th Av. di New York, oggi li disegnerei anche in piazza Tienanmen, e dulcis in fundo in piazza San Pietro, cuore del Barocco come scheletro in un armadio aperto:
trovo acuto il non avere scelto Central Park a poche decine di metri, cioè pur sempre uno spazio chiuso e vagamente segreto, interiore, “intimo”.

Quest’ultima è forse la sola parola che mi faccia schifo, come i deodoranti al posto dei profumi:
ricuserei un paziente che dicesse “nell’intimità dell’analisi”!

Ho già scritto che Adamo e Eva la sera vestivano l’abito da sera – e l’analista sta dalla parte di questo, se sta – perché l’abito da sera ha una buona opinione del corpo, di cui i sessi sono soltanto quel pizzico di sale senza il quale il resto è insipido:
ma la censura colpisce il corpo ossia il pensiero del suo moto, non i sessi se non tatticamente in una tattica furbesca-stupida (vedi l’articolo di ieri):
di tale pensiero lo psicoanalista è amico, a ore come una colf (prossimamente lo distinguerò dalla colf).

Nell’analisi si tratta di ciò che riguarda tutti i passanti, tolto dalla censura che è il produttore della vergogna con la sua segretezza claustrofila:
la censura è produttrice di pudenda, il che porta all’interessante scoperta che la pornografia è al servizio della censura, non della sua trasgressione.

Supponiamo che i passanti (l’universo su piazza, agorà) siano discreti sì ma intellettualmente presenti con approvazione o disapprovazione per il comportamento (linguistico) dell’analista:
sta in ciò l’ammaestramento dell’analista, la sua analisi “didattica”, uguale in questo a quella dei suoi pazienti:
l’analista è tale se è all’altezza dell’universo, sia dietro il divano sia quando racconta un caso:
in questo secondo … caso, comincia a passare da analista (applicazione) a attore ubiquitario del pensiero amico, o “di natura”, su piazza, ma era già su piazza nell’applicazione psicoanalitica tra quattro mura.

Nel lavoro psicoanalitico le quattro mura sono un’illusione, non ottica ma logica, finché l’illusione non sarà corretta.

Il malato inizierà a guarire nel momento stesso in cui lui stesso si realizzerà in 5th av., Tienanmen o San Pietro, ossia che le sue questioni sono universali, e non pudichi o profondi cic-ciac psico-interiori:
ma occorre che lo psicoanalista, senza illusione logica, ci sia già.

Un giornalista che passasse di lì potrebbe poi andare in redazione a scrivere il pezzo per il New York Times, il Quotidiano del Popolo e l’Osservatore Romano, per esempio per la sua rubrica economica (non psicologica, di costume e meno ancora “spirituale” che sa tanto di “intimo”).

allorché uno psicoanalista espone un “caso”, riesce a farlo se è quel giornalista, e se non ci riesce non sa neppure sedere dietro quel divano.

La guarigione è l’articolo sul New York Times:
che il Direttore non pubblicherà se non c’è un po’ di onesto mestiere, cosa a portata di mano di chiunque sia passabilmente guarito.

(segue)

Milano, 11 novembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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