IL LAVORO PSICOANALITICO (II): I POSTULATI DI 5TH Av.

Precede “Il lavoro psicoanalitico I” di ieri.

Prima, regolo un punto ivi sospeso, quello dell’analista amico del pensiero sì ma come una colf a ore, però con qualche correzione:
1. la f va sostituita perché non si tratta di famiglia:
mettiamoci la p di pensiero;
2. colf o colp al femminile, perché?:
rinvio a ciò che ho detto cento volte del modus recipientis, del capire come capere, della castrazione sì ma non quanto al sesso bensì quanto alla sessualità, cioè a una Teoria che vanifica il pensiero dell’interesse della differenza sessuale (almeno i pubblicitari sanno farsene qualcosa);
3. la colp che io sono è amico del pensiero 24 ore su 24, anzi 48 su 48, senza stakanovismo, per il rispetto tributato al pensiero a partire dal mio “sogno” che è semplicemente pensiero, che lavora per me mentre riposo e sono altri ad agire.

Ora proseguo. In 5th Av. circola di tutto:
anzitutto il linguaggio (frasi) e la zizzania del linguaggio (altre frasi):
negli anni sono pervenuto alla conclusione di dare ragione illimitata alla distinzione tra grano e zizzania:
distinzione cui è venuto meno J. Lacan, pur avendone tutte le carte (che io ho preso):
cambia tutto nell’alternativa, aut/aut, tra essere malati di linguaggio o essere malati della zizzania del linguaggio:
nel primo caso scompare il concetto stesso di patologia, nel secondo si precisa e estende.

Il Dictionnaire des idées réçues di G. Flaubert dà appena un’idea della zizzania, che resta ancora separata dalla scoperta che è sulla zizzania del linguaggio che si regge la psicopatologia:
intendo proprio
– rilancio con forza la nosografia freudiana contro il revisionismo degli ultimi decenni -,
nevrosi, psicosi, perversioni, più la “psicopatologia precoce” (espressione che dobbiamo a R. Colombo) sulla quale resta quasi tutto da dire a partire dal bambino-Mozart (vedi precedenti).

Con parole succinte già collaudate:
è sulla psicopatologia non-clinica, la zizzania, che si regge la patologia clinica, senza di che questa non reggerebbe da un mattino a un altro:
per esempio la zizzania della frase “angoscia di morte”, mentre l’angoscia è soltanto di vita,
o la zizzania della frase (Teoria causale) “Che angoscia!”, formalmente identica a “Che mal di denti!”,
o cento altre come “Tra il dire e il fare …” o “Fatti non parole!”, o quella della pornografia come trasgressione della censura anziché al suo servizio (idem per stupro e pedofilia), o dell’istinto sessuale, o dell’innamoramento come amore, e così via oltre cento.

Traducendo il titolo di Flaubert con “dizionario delle idee della banalizzazione” (la banalizzazione è un atto), sto parlando dell’esercito della Teoria (che non è la Teoria scientifica, la quale ha però cominciato a esserne inquinata):
al primo posto della quale continuo a porre quella amorosa (ma in proposito non ho ancora tratto tutte le conclusioni):
ebbene, queste idee-frasi sono i vessilli dell’esercito (cui siamo ridotti) della Teoria.

L’esercito è massa (gruppo).

Questi vessilli si propongono con la forza di postulati, e per proporsi come tali (ridicolo!) si servono della banalità:
è più facile mettere in discussione il 5° postulato di Euclide, ossia una frase seria, che il prodotto di una banalizzazione che esclude la serietà (“Non bisogna prendersi sul serio!”)

A sua volta il postulato fraseologico (insostenibile senza la banalizzazione) sorregge la Teoria che, come tale, franerebbe nell’inconsistenza appena formulata:
essa è possibile come forza occupante un buco di pensiero, come buco prodotto e non “strutturale” (non enumero i danni fatti dallo strutturalismo).

Dovrò parlare ancora della vergogna come prodotto della censura con la sua sistematizzazione:
in tutte queste frasi siamo degli s-vergognati, esse sono le foglie di fico che ci s-vergognano dalle vergogne, per dis-dire la nostra vergogna.

Noi psicoanalisti non abbiamo avuto abbastanza coraggio (che è un fenomeno squisitamente intellettuale) nei confronti della vergogna:
la “clinica” – che io sostengo nella sua nosografia fino ai più piccoli dettagli sintomatici – è rimasta il nostro postulato banale, di cui paghiamo e facciamo pagare i costi.

Prima ancora, ci siamo vergognati a essere i primi a introdurre la parola “comportamentismo”, e proprio per designare la nostra disciplina:
cioè una cosa da 5th Av.:
sotto gli occhi e orecchie di tutti, senza la paranoia del “mondo che ci circonda”:
un’altra banalità, incurabile quando diventa paranoia clinica:
curabile con la fine del pensiero del “mondo che mi circonda”, o della visione del mondo (Weltanschauung).

(segue)

Milano, 12 novembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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