IL LAVORO PSICOANALITICO (III): E LA VERGOGNA DEGLI PSICOANALISTI

La vergogna degli “psicoanalisti” sta nel chiamarsi così, come parola-frase e frase-zizzania:
“analisi” poteva andare perché significava Scienza;
non “psico” perché – con ogni attenuante per Freud perché in lui significava pensiero, e pensiero come “realtà psichica” – ha subito significato interiorità, intimità, profondità, consentendo poi di classificare la psicoanalisi come introspezione, il “soggettivo” rispetto all’“oggettivo”.

La psicoanalisi (= freudiana) è stata, ma non così è stata presa, la prima radicale demarcazione dalla coppia soggetto/oggetto:
ma non come disputa speculativa, bensì perché questa coppia significa fantasma (uso una parola d’uso), che come tale organizza la nostra realtà a tutti i livelli:
i filosofi precedenti Freud filosofo non lo hanno neppure sospettato.

Pensiero significa ordinamento-legislazione dell’azione corporea (ma “moto” è un concetto più ampio di quello di azione perché include la passione), e come tale è res extensa come la realtà materiale:
ecco perché dico che gli psicoanalisti hanno perso l’occasione di aggiudicarsi per primi la parola “comportamentismo”:
ripeto che nel non concepire la res cogitans come anch’essa estesa come lo è una mappa o un ordinamento, Cartesio è rimasto pre-moderno, se non ha peggiorato le cose.

Questo comportamentismo sa riconoscere la lingua come frasi, e le frasi come atti (per esempio di ingiuria o diffamazione, ossia atti contundenti con o senza velluto intorno al guanto):
in questo stesso comportamentismo quando è applicato alla cura individuale, l’interpretazione non è ermeneutica (dell’interiore o profondo):
essa denota atti (frasi), propri o altrui, tra i quali i traumi come frasi di insulto al pensiero:
il comportamentismo “psicoanalitico” (tolleriamo la parola) introduce il regime della verità come nomi di azioni.

Tra gli atti ci sono i compromessi (scoperta fondamentale di Freud), cioè soluzioni:
l’angoscia non è quella della “crisi di angoscia” o “panico”, bensì quella silenziosa che deduciamo dalla necessità di certe soluzioni diseconomiche, incomprensibili, assurde.

Nel lavoro psicoanalitico lavoriamo per la virtù, ma bravi!: come?

tutti hanno sempre lavorato per la virtù, conoscete eccezioni?:

Platone (l’amore platonico ossia l’omosessualità tra maestro e discepolo), Sade eccetera, e anche i Lanzichenecchi che insegnavano la modestia alle fanciulle, tutte varianti della virtù:
con la conveniente Teoria diventano virtù anche lo stupro e la pedofilia, e la tortura, e non dubito che Gilles de Rais e complici (un gruppo) si considerassero dei virtuosi:
nella storia della morale cristiana (e non solo della morale) continua a pesare pesantemente l’omissione della critica dell’amore platonico:
omissione connessa con l’immissione dell’innamoramento come modello dell’amore sia dell’uomo che di “Dio”.

Lavoriamo per la virtù anche noi, come?:
passando alla verità come nome dell’atto ossia imputazione, rispetto alla formazione reattiva s-vergognata, la zizzania del linguaggio, foglia di fico della lingua:
che ha lo tesso modello della formazione reattiva già nota, quella del rimpannucciare come “amore” il sadismo o investimento del soggetto sull’oggetto (ecco perché ho tolto l’oggetto dalla legge di moto):
la nostra è virtù rispetto alla vergogna (comprese “le vergogne”) che resta identica negli s-vergognati ossia coloro che alla vergogna hanno opposto una formazione reattiva, anzitutto linguistica, modellata su quella.

Ho appena parlato della zizzania del linguaggio, ossia delle foglie di fico linguistiche:
Adamo e Eva nudi, delirio successivo alla caduta dell’abito da sera, sono degli svergognati:
poi con foglia diventano degli s-vergognati:
nella Sistina Michelangelo aveva cercato una soluzione, i “mutandoni” hanno reintrodotto la s-vergognata foglia:
e siamo sempre lì, e non solo né anzitutto riguardo ai sessi:
l’anzitutto è solo una s-vergogna.

Vale il detto veritativo “erubescimus – la vergogna – sine lege loquentes”:
virtù è la forma dinamica (lex) del moto senza censura:
tra le frasi s-vergognate figura anche l’imperativo “Certe cose non si fanno!” come il genere della specie pedagogica “Certe cose non si pensano!”:
nella rimozione del pensiero, le “certe cose” saranno fatte, o fatte fare, o lasciate fare per omissione di soccorso successiva all’omissione di pensiero:
il rimosso non ritorna innocente, è interno all’Associazione per delinquere.

Quello che noi psicoanalisti ci mettiamo, se non siamo degli svergognati o s-vergognati, è la lex – che chiamiamo modestamente “tecnica” -, non il deodorante impropriamente detto psicoterapeutico, che è formazione reattiva,
che peraltro aggrava le cose abolendo “psicoterapia” come una parola seria che va salvata:
infatti senza che ci sia psicoterapia alla lettera non c’è stata psicoanalisi, medicina senza facoltà di medicina:
guarigione dalla zizzania del linguaggio (subordinante la patologia clinica), ma senza strapparla secondo il bimillenario consiglio rinnovato da Freud.

Nota

Questi ultimi tre articoli dedicati al lavoro psicoanalitico sono proposti anzitutto su piazza, e solo in subordine a “Il Lavoro Psicoanalitico” come variante associativa dello “Studium Cartello”:
nulla di interno (organizzativo) né di interiore (psicologico).

Milano, 13 novembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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