IL PENSIERO HA BISOGNO DI AMICI

Intervista a Giacomo B. Contri di Dante Balbo

 

 

Esiste una “società”, una realtà giuridica, con una sua legge, che Giacomo Contri, il suo promotore, raccoglitore ha chiamato Società amici del Pensiero. Lo studioso, che affronta la psicoanalisi come il caso particolare e privilegiato di una legge universale che chiama “il pensiero di natura”, afferma che, da che mondo è mondo, ogni atto umano rientra nella categoria o di amicizia del pensiero, o di indifferenza, o, infine, di ostilità ad esso.

Ma che cosa è il pensiero, come lo si può definire?

Purtroppo, nel corso della storia, gli amici del pensiero sono stati pochi, nemmeno i filosofi, che per definizione, sono “amanti della sapienza”, come suggerirebbe il loro nome, hanno compreso la radice di questa attività umana. Il colpevole, se uno ce n’è stato, è Platone, l’iniziatore di un pensiero che si è infiltrato nella cultura occidentale e l’ha ammalata, spiegando il pensiero come il tentativo di comprendere il rapporto fra i nomi e le cose da essi rappresentate.

Se il problema è di etichette, allora è giustificato il relativismo contemporaneo, cioè la verità è soggettiva, perché dipende dal nome che io darò a una certa cosa.

Per Giacomo Contri e per Freud prima di lui, il pensiero invece è relativo alle azioni e al giudizio su di esse.

Il linguaggio cioè non è necessario che si arrovelli sulla definizione delle cose, ma può manifestare un giudizio sulle azioni. In altre parole riguarda i rapporti fra le persone, la gratitudine o l’accusa in caso di danno.

Questo ha una prima conseguenza importante: il pensiero non è una questione di studi o di scuole. Questa competenza, se non è limitata dalla nostra malattia, ce l’abbiamo tutti.

Pensare in termini di azioni e non di definizioni rimette a posto il concetto di verità, perché permette un giudizio su ciò che io faccio o che gli altri fanno a me.

Mi viene in mente, a proposito di quanto dice Giacomo Contri, come questo sia traducibile nel dibattito quotidiano.

Penso ad esempio alla discussione sul concetto di interruzione volontaria di gravidanza, che alcuni si ostinano a chiamare aborto. In una visione platonica, il problema è mettersi d’accordo sulla definizione di bambino, quando comincia, quando finisce, quanto sia bambino un embrione e così via.  …

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Caritas Insieme
anno XXVII, n.1
febbraio 2011


 

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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