IL SEMAFORO ROSSO

L’umile caso del semaforo rosso nella legislazione della strada ha molto da insegnarci facilmente sul diritto, anche riguardo alla distinzione che facciamo di un Primo diritto rispetto a quello corrente.

Si sa che quest’ultimo proibisce di passare col rosso, e all’occorrenza lo punisce:
generalmente accettiamo il fatto, ma ciò non impedisce il caso che da certi individui sia appena tollerato con fastidio e perfino con protesta impotente, anzi c’è chi lo tratta come esempio ovvio del diritto come imposizione appena sopportabile o imperativo civile.

Ma questo caso è patologico, perché?

Perché il pensiero sano anima un Primo diritto, universale in quanto tale:
infatti l’Universo di tutti gli Altri (AU) è l’ambito e la condizione del regime dell’appuntamento come il regime della produzione del mio beneficio, e questo fatto fa del mio pensiero (che chiamo “di natura”) il legislatore di un Primo diritto (con la nota formula S D AU m, f), grazie al quale non voglio uccidere o ferire qualcuno (il che potrebbe accadere passando col rosso):
la mia relazione con l’universo AU è mossa dall’interesse a favorire in ogni A di U il possibile costituirsi di un partner del regime giuridico dell’appuntamento, anche se di fatto il numero di Altri con cui posso imbattermi è limitato.

Non si tratta dunque, nel Primo e vero diritto, di Quinto comandamento, di morale sopraggiunta dall’esterno e alto, di ridicola e improbabile amorosità diffusa, di sentimenti umanitari o moral sentiments, né di diritto naturale né di astratto egualitarismo, bensì di quel regime dell’appuntamento (possibile) nel porre in essere il quale con la mia condotta sono legislatore universale (e morale).

Non è vero che l’uomo è aggressivo, homini lupus, è falsa e grossolana l’ideologia dei “freni inibitori” (che ci fa sentire tanto “forti” benché frenati):
la malignità umana, che è anche stupida, è succedanea al Cielo, il Cielo infernale delle Teorie:
solo un Ideale ne fa ammazzare tanti.

Il Diritto corrente non può porre in essere il regime dell’appuntamento (né il pensiero né l’amore né la giustizia, che è tutt’uno con il regime dell’appuntamento):
però, proibendo di passare col rosso, si allea al Primo diritto nel caso che lo trascurassi:
in generale, lo fa a macchie di leopardo senza mai potere occupare l’intero campo del Primo diritto (richiamo il Corso dello scorso anno della “Società Amici del Pensiero”, Il regime dellappuntamento. Quid ius?)

Se volesse passare a occupare tale intero campo, cesserebbe di essere Diritto e passerebbe alla malignità (che usa chiamare “totalitarismo”):
proprio come l’educazione quando vuole occupare interamente tale campo:
e come la morale quando trascura che è tale campo a essere morale.

Un giorno vorrei riprendere questo ragionamento a proposito dell’Istituto del matrimonio, sottolineando l’incompletezza virtuosa del Diritto corrente, ancora detto statuale.

lunedì 10 settembre 2012

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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