“INCONSCIO”: DOMENICA DIMEZZATA

Questo articolo doveva apparire domenica, parola che viene da Dominicus, faccenda da Signore:
ora, noi umanità non siamo Signori in casa nostra, per dirla con moderazione.

Ciò ha strettamente a che fare con l’“inconscio”, una parola che è diventata la più equivoca del Novecento (lo resta oggi):
così è avvenuto per tutte le parole del lessico freudiano, laddove Freud non aveva fatto che forgiarsi attrezzi lessicali che fossero atti a designare le sue notazioni (“topica”) del pensiero.

Poi hanno invece finito per designare le fissazioni verbali degli psicoanalisti, il che ha cambiato tutto (Freud se ne lamentava):
prive di univocità (significato, concetto), e designanti solo il gruppo di coloro che ne parlano il dialetto.

Ebbene, ho cambiato tutto il lessico psicoanalitico, a buona ragione o semplicemente a ragione, privilegiando il concetto e poi rinominandolo.

Ho cominciato da “pulsione”, trans-letterandola come pensiero e legge di moto dei corpi umani;
poi come pensiero che si fa sovrano, a condizione di una rivoluzione:
sloggiare l’Oggetto occupante e porre in vigore la materia prima, cioè il lavoro di due partner in tempi distinti, senza preselezione, rapporto di lavoro produttivo senza collaborazione:
ricordo J. Lacan quando mi diceva “Il ne s’agit pas de travailler ensemble”.

Poi sono venuto all’inconscio:
Freud non ha affatto “scoperto l’inconscio”! (Ellenberger):
ha scoperto il pensiero, benché nello stato di esautorazione (di Cultura senza Civiltà, ne riparlerò):
e ha assegnato il nome “inconscio” al pensiero una volta ridotto a sovranità limitata, come domenica dimezzata:
ma pur sempre inestinguibile, e senza domandare autorizzazione (sogno, lapsus, sintomo semplicemente aprono l’inventario delle possibilità), ossia affermandosi comunque.

Ma con costi, ossia sovranità limitata:
è il senso di colpa, che paga il profitto personale a un doganiere che neppure lui guadagna nulla dal “pizzo”, diseconomia universale.

Ma nell’affermarsi, questo pensiero a un tempo denuncia l’astratto doganiere, benché in assenza di un Giudice:
il pensiero ridotto allo stato detto “inconscio”, è composto dalle due componenti designate, in generale, da frasi come “Certe cose non si pensano neppure” e cento equivalenti, che designano a un tempo censurato e censura:
ambedue sono rappresentate su scena, nell’inimicizia della seconda per il primo.

Ma la censura non ce l’ha tanto con “certe cose” come tali (tra le quali il solito sesso), bensì con il loro modo di produzione, il pensiero stesso:
le “certe cose” potrebbe perfino istigarle, fino al sadismo se non al massacro, mentre il pensiero dopo averle pensate le potrebbe giudicantemente scartare:
la censura, è il modo di produzione del pensiero ciò che non vuole.

Non vuole il pensiero come avente vita propria, personalità e giuridica:
il pensiero ha vita propria come un organo:
ha l’angoscia come il fegato ha l’epatite:
il pensiero sano, sovrano, ha come affetto non l’angoscia ma la pace.

É sovrano nel giudizio su ogni Filosofia, Religione, Teoria, Discorso, Politica, nei cui confronti non ha ostilità preliminare:
ma le giudica quando si presuppongono il potere di predicarlo:
negli apporti dall’esterno di sè cerca, se la trova, l’amicizia per la sua sovranità, o giurisdizione quanto al suo corpo cioè ai suoi appuntamenti senza limiti.

Il rifacimento del lessico psicoanalitico, e non solo di questo, va più lontano, e sulla scorta di Freud che partiva dal ridenominare l’esperienza.

Milano, 13 gennaio 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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