INTENDERE E VOLERE

Dove abbiamo la testa?

 

Non siamo alla crisi del Diritto, stiamo peggio:
oggi nessuno è in grado di prevedere se avremo ancora un Diritto, e ancora una volta in questa incertezza l’Italia è all’avanguardia, non per il meglio (l’ho fatto osservare più volte).

Mi riferisco a due distinti fenomeni ambedue macroscopici, ma il secondo occultato nella sua visibilità:
il primo è la nota disputa anche gridata, che continua a occupare le prime pagine dei giornali, relativa alla politica giuridica, costituzionale e giudiziaria del Governo, avversata polemicamente dall’opposizione, e con tanta rappresentazione nelle dispute televisive;
il secondo, manifesto ma non dichiarato (“latente” significa questo), e secondo me più grave, è l’incertezza crescente dei giuristi stessi quanto al concetto di imputabilità e alla reperibilità di questa.

Non deve sfuggire lo sfondo di un diffuso errore, in cui giuristi e gente comune non differiscono molto:
intendo la generale concezione penalistica dell’imputabilità, l’assenza del pensiero di un’imputabilità premiale almeno logicamente precedente l’imputabilità penale:
non mi riferisco anzitutto alla “meritocrazia” anche se è di merito che si tratta, ma non del merito subordinato alla professionalità.

Ma prendiamo per ora la via più facile e nota a tutti, quella che collega l’imputabilità penale con la capacità di intendere e volere.

Ora, chiunque al mondo giuristi compresi può prendere carta e matita e descrivere i fenomeni nel caso dell’omicidio (non quello colposo né quello preterintenzionale), dividendo un foglio in due colonne:
1. in quella di sinistra il movente,
2. in quella di destra il dispositivo che ha afferito all’atto.

A. la classificazione dei moventi è facile:
interesse economico, interesse politico, prevalenza sociale, vendetta, gelosia, invidia (manca qualcosa?), e infine i moventi che sembrano incogniti (per me sono tutti segreti di Pulcinella ma ora poco importa la mia opinione);

B. nel dispositivo troviamo altrettanto facilmente appunto intendere e volere:
in tutti i casi, anche in quelli a incognita, riscontriamo regolarmente:
a. una formale configurazione intellettuale del fine (intendere),
b. una efficiente organizzazione sequenziale dei mezzi dell’atto (volere),
e anche un buon coordinamento tra intendere e volere, come dire che se nel furto si possono dare i ladri di polli, nell’omicidio no.

Nel caso dei moventi incogniti, essi sono incogniti per chi?:
per noi senz’altro, perché siamo e ci manteniamo costituzionalmente ignoranti, ma per l’omicida?:
starà a lui (al suo Avvocato) il cercare di provare la stupida “inconscietà”, ma in ogni caso è imputabile perché non ha mancato della pienezza dell’intendere e del volere (B., a. e  b.).

Numerosi anni fa scrivevo di non volere fare il Perito, di Tribunale o di parte, per non dovermi trovare nella pessima alternativa tra l’ipocrisia del fare la parte del “buono”, e il dire ciò che so al Giudice, nel quale caso farei condannare tutti alla pena capitale:
ricordo quando citavo Amleto che diceva press’a poco di essere sì passabilmente onesto, ma che la cognizione dei motivi o moventi delle sue azioni gli avrebbe meritato l’impiccagione sulla pubblica piazza.

Già nell’Ottocento si adduceva penosamente l’argomento-caso del “raptus”, con un’ingenuità colpevole in dotti savants che si figuravano il raptus come segue:
il macellaio casa-bottega, al termine della giornata di lavoro, sta cenando con la famigliola nel retro, dove sono appoggiati alcuni attrezzi del suo lavoro:
come per caso la sua mano sfiora la mannaia e istantaneamente – qui la cronometria dei tempi di reazione ha la massima importanza – fa tutti a pezzi:
che creatività! anche se è distruttività, che raptus!:
insomma, “qualcosa” lo ha “inconsciamente” rapito in direzione del massacro!

Anche il pazzo si metterebbe a ridere, e bisogna riconoscere che gli psicotici non hanno in grande considerazione i loro iatri.

Questi si difendono con l’idea di compulsione o coazione, costrizione improvvisa e irresistibile all’atto:
ma come hanno potuto non accorgersi della lunga premeditazione di quest’ultimo? (idem del suicidio).

Lunga è la premeditazione non solo di Iago ma anche di Otello, la divisione del lavoro tra questo e quello (anche su Desdemona avrei da ridire).

Rammento la premeditazione di quel giovane schizofrenico di una città lombarda, da tutti giudicato un poverino incapace di “fare male a una mosca”, esitata nell’omicidio inteso e voluto di una “vecchiuccia”, come è chiamata in “Delitto e castigo”:
poco dopo e con lo stesso intendere e volere ha tentato il suicidio perdendo dei pezzi.

La nostra ingenuità psicologica è deprimente, forse per questo ci sono tanti depressi.

Non sto affatto dicendo che non esistono gli psicotici, proprio il contrario:
si deve sapere che la psicosi non abolisce affatto la capacità di intendere e volere, ed è a partire da qui che finalmente sapremo qualcosa della psicosi:
dove avevamo la testa quando abbiamo creduto che nella psicosi tale capacità è abolita?:
non è abolita ma ri-orientata, e non per “la felicità del maggior numero di uomini”.

Non c’è niente di peggio che trattare qualcuno come non imputabile incluso il “pazzo”, e ciò riguardo sia alla sua dignità, o esistenza, sia alla sua curabilità:
la parola peggiore della storia della Psicologia e della Morale è la parola “comprendere”, in opposizione frontale a “sapere”.

Ma non è la Scienza ad avere sapere, e proprio questa distinzione le dà … distinzione, dignità logica.

mercoledì 3 febbraio 2010

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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