KIERKEGAARD I. IL VANGELO DELLA SOFFERENZA. DOLOR DIABOLICUS

Sposatevi: ve ne pentirete. Non sposatevi: ve ne pentirete ancora
O che… o che…,ve ne pentirete in ogni caso.
Fidatevi di una ragazza: ve ne pentirete.
Non fidatevi di essa, ve ne pentirete. O che vi fidiate
o che non vi fidiate, ve ne pentirete in ogni caso.
Impiccati: te ne pentirai! Non impiccarti, te ne pentirai ancora
O che t’impicchi o che non t’impicchi, te ne pentirai in ogni caso…

Io non faccio movimento alcuno: se io partissi dal
mio principio, non potrei più fermarmi, poiché se mi fermassi
me ne pentirei, e se non mi fermassi me ne pentirei egualmente ecc.
Ora invece, poiché io non parto mai potrei sempre fermarmi,
poiché la mia partenza eterna è la mia fermata eterna.
Non è affatto difficile per la filosofia il cominciare, tutt’altro:
essa comincia con il nulla e può quindi cominciare sempre.
Soren Kierkegaard

 

Converrà iniziare dalla lettura del precedente esergo: la cui esplicita spudorata brutalità verbale è la prima cosa che apprezzo di Kierkegaard (la seconda e ultima è che, comunque l’abbia fatto, ha lavorato). Intendo con questo:

  1. che il pensiero di Kierkegaard è quello di un avversario, e la discussione non è un giro di valzer,
  2. che tale sua pur infrequente esplicitezza – ma chi ha detto che Kierkegaard era un tipo mite? – ne fa un avversario in campo aperto, non un assassino che viene di notte, o che ti affascina con un fascio di luce cheti acceca (una tecnica, quest’ultima, molto usata dai figli delle tenebre). Parlo del maestro del nichilismo, ancora veramente da scoprire (sia il nichilismo che il maestro).

Ecce nuntio vobis: il vangelo della sofferenza. Non lo annuncio io – che Dio mi e ci soccorra – bensì:

  1. da circa due decenni, quel multiforme partito della perversione che trova la sua forma politico-organizzativa odierna nel movimento gay (a fini di concisione, affido a una nota un cenno su questo punto);
  2. da circa centocinquant’ anni, il “singolo” Soren Kierkegaard.

Abbiamo qui un caso di storia – di 150 anni almeno – come realizzazione di un’idea, come la cucina del progresso della sua cottura.

Il dato più costante del “cristiano” Kierkegaard – e Kierkegaard è sempre, professionisticamente, il “cristiano” Kierkegaard – è questo: aut che egli parli di Cristo aut che egli non parli di Cristo, Kierkegaard non dice mai Cristo. Lo ha persino teorizzato: non gli manca una certa specie di coscienza. Ossia: Cristo – non “Dio” – non esiste. Cristo non esiste come non esiste la donna, (lo ha ancora una volta teorizzato, con la stessa coscienziosità). Kierkegaard mi annoia, ci annoia (an-noiare come verbo transitivo), ci acedia, ci melanconizza a morte, e anche questo con la sua specie di coscienza. Questa volta il detto “errare humanum, perseverare – cioè la sua speciale coscienza – diabolicum” perde il suo residuo scherzoso, è reale in azione: dolor diabolicus. Il meno che si possa dire è che non è il «buon dolor ch’a Dio ne rimarita» di Dante (Purg. XXIII, 81). …

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In “Il nuovo areopago”, Dolore, il passaggio, Anno 14 Nuova Serie – Estate 2/1995.


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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