LA FEDE E L’ORGASMO FEMMINILE

Il lettore di questo titolo ha diritto di sapere – e lo ha perché glielo ho conferito – che “diavolo” c’entra la fede con l’orgasmo femminile.

Ma è ovvio se solo ci fa mente:
infatti, “normalmente” l’uomo non ha certezza dell’orgasmo femminile, e mille sono le storielle in proposito.

Ma il nesso posto dal mio titolo è più intrigante ancora:
infatti riguardo all’avere la fede il campo del dubbio è più esteso, perché è come se la signora stessa non fosse certa del suo orgasmo.

La questione è quella della certezza della fede, sì, ma solo come si parla di certezza del diritto, e ciò cambia tutto:
anzitutto si tratta di sapere se cè, proprio come c’è o non c’è l’orgasmo femminile.

Parlare di “avere” la fede, o la sua negazione (non averla), è una questione universale che non riguarda i soli “credenti”:
e quanto ai credenti, ne conosco anche di non cristiani che all’idea per loro inammissibile di perdere “la fede” si comportano come certe verginelle cristiane all’idea di perdere “la verginità” (ma cave virginellam!).

Non sto scherzando, magari!, sto qui costruendo il concetto di un impensato “tabù della fede” associato al “tabù della verginità”:
ambedue hanno origine in sede maschile, e per questo ho lungamente coltivato la questione “A cosa serve un uomo?”

Insomma, come possono  uomo e donna avere e dare certezza, non solo dell’esistenza dell’orgasmo ma anche della fede propria e altrui?:
anche riguardo a questa, l’umanità resta frigida, perfino rispetto alla fede dei santi:
io non farei santo uno che non ha prodotto (si producono frutti) la certezza di averla, e trovo logico che i protestanti non riconoscano santi.

La fede è uno dei due capitoli (lascio l’altro a un’altra volta) su cui non sono d’accordo con Lutero:
fondando la fede sull’interiorità, esclude di poterne produrre la certezza a chicchessia, credenti compresi:
dico certezza, non testimonianza introspettiva (sempre del tipo comico “Caro, ti amo!”), sia pure supportata da “prove” comportamentali o esteriori:
cambia radicalmente il giudizio “ipocrisia”, tradizionalmente riferito alla condotta puramente esteriore:
ipo-crita, ossia con pecca di giudizio, è chi non produce o procura una certezza valida per lui come per chiunque altro, ossia la distinzione interiorità/esteriorità è battuta in breccia:
dopo Lutero, il cattolicesimo stesso malgrado gli enormi conflitti con lui, su questo punto gli si è adeguato.

In conclusione, libero la parola “fede” (come si liberano gli schiavi) dalle stregonerie dell’interior-ità come ambito autonomo da quello dell’esterior-ità, per consegnarla all’ambito razionale del giudizio di af-fidabilità, quand’anche non ne conoscessi alcun esempio ineccepibile.

In questo modo  la “fede” cessa di sembrare una “cosa” che si “ha” o non si “ha”, che si può acquisire o perdere:
conosco bene la minaccia del ricatto in era giovanile a non perder“la” come pure il suo inverso polemico di cui ho molti esempi, ossia il vanto di aver“la” finalmente persa:
tornano in scena le “ragazze”, che prima temono di perder“la”, poi si vantano di aver“la” persa:
è così che abbiamo perso millenni, nella fissazione a Oggetti che qui sono “Fede” e “Verginità” maiuscole.

Mi rallegra la scoperta della connection (come quella della pizza) tra tabù della verginità e tabù della fede (invenzione mia):
rammento il senso di conquista che ho provato quando ho fatto apologia di verginità proprio dopo aver fatto giustizia di quel certo risibile nonnulla cosmico,
e quando, sulla stessa via, ho fatto apologia di innocenza dopo avere cestinato l’idea stupida e iniqua di innocenza infantile.

Dunque:
non esiste “la fede” ma giudizio di affidabilità:
è il giudizio che procede dall’osservazione di innocenza e consistenza (non-contraddizione) congiunte:
una congiunzione che fa salute psichica e rett-itudine economica (non esistono comportamenti non economici, o neutri quanto all’in-nocenza).

Ho ragione – mi si può dare torto, ma è sempre ragione -, nel parlare di affidabilità del pensiero di Gesù – esente dai due tabù -, a fronte per esempio dell’inaffidabilità del pensiero di Platone non amicus.

Ho certezza di avere fatto bene, a vent’anni, a giudicare affidabile il pensiero di Freud:
che non chiede di fidarsi.

Milano, 26 gennaio 2010

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 Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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