LA VILTÀ DELLA STORIA DELLA PSICOANALISI

La storia della psicoanalisi è quella di un’ignavia, perché è una storia
che fece per viltade il gran rifiuto
(Inferno, 3, 60),
un’imputazione iniqua quando è stata rivolta a Pietro da Morrone-Celestino V come ha fatto Dante (o così sembra).

Come precedente, associo questa imputazione alla mia precedente osservazione critica (non imputativa), per cui in tale storia centenaria abbiamo perso la preziosissima occasione di occupare noi per primi la parola “comportamentismo” per designarne la psicoanalisi stessa:
infatti questa si proponeva come scienza delle leggi di moto dei corpi, e delle fonti di tali leggi, tra le quali fonti figurano in conflitto tra loro il pensiero-io (fonte di diritto) e il pensiero-superio (le Teorie come fonti di imperativi, istigatori o inibitori, “osceni e feroci” come annotava J. Lacan).

E ora l’imputazione:
quella di non avere riconosciuto, e con il tono di ovvietà con cui si dice “è pacifico!”,  il truismo che la psicoanalisi non attende, che cosa?:
non attende né deve attendere una fonte di giuridicità esterna e superiore ad essa (caso dell’extracomunitario), perché essa vive in ogni suo momento della giuridicità perfetta del permesso giuridico.

Perché?:
e osservo che questa domanda è una prepotenza anche se non la rifiuto, perché spetta ad altri dimostrare il contrario, analogamente al principio che tutti sono innocenti fino a prova della colpevolezza.

Questa domanda non è “da un milione di dollari” come si dice, perché la risposta è gratuita, facile, alla portata di carta e matita, o di chiunque sappia parlare scrivere fare di conto, e dunque anche dei giuristi di professione, alla cui base stanno anzitutto le suddette facoltà che essi hanno in comune con l’intera popolazione:
la base della risposta non è specialistica, cittadini e giuristi dovrebbero comprendere che “giurista” è statutariamente anzitutto il cittadino stesso (io insegnerei la Costituzione alle scuole primarie).

Il carattere non specialistico della risposta è bene rappresentato dal divano:
questo non ha nulla di specialistico, non c’è divano “da psicoanalista”, è solo un arredo multiuso che può essere orientale o occidentale, da antiquariato ricco come una “Paolina” piuttosto che un Le Corbusier o anche meno costoso (il mio primo divano era un blocco di polistirolo espanso foderato e ricoperto da un tappeto, poi sostituito da una lunga dormeuse bella ma scomoda per dormirci, sempre ricoperta da un tappeto).

Gli atti che la psicoanalisi esercita corrispondono al divano nell’assenza di alcun che di specialistico:
tali atti altro non sono che delle varianti possibili nel discorrere umano comune o generico [1] (da genus):
– varianti snob?, ma non è proibito lo snobismo; varianti truffaldine [2]?, ma allora dovrebbero essere proibite dalla Legge ordinaria che proibisce e punisce la truffa, e non autorizzate perché si è frequentato una Scuola legalizzata di truffa; varianti da guru?, no ma in ogni caso non sono proibite; varianti da direttore spirituale?, spero di no ma neppure qui c’è proibizione; varianti da plagio?, non commento; eccetera -,
tutte varianti disponibili a tutti nella giuridicità del permesso senza fonte esterna di autorizzazione.

Anche un cieco vedrebbe la loro assoluta differenza dagli atti medici, tutti specialistici compreso l’atto di praticare un’endovenosa (passi, o gran bontà!, per l’intramuscolare):
né vale l’argomento del passaggio di denaro, perché non è questo a qualificare l’atto medico (ci sarebbe  abuso di professione anche se gratis et amore);
per di più l’atto prevalente nell’analisi, e non solo quantitativamente, è quello del cliente, contrariamente a tutte le professioni specialistiche.

L’ambito del permesso giuridico è l’ambito stesso del Diritto, o almeno ne è l’ambito principale, ne stilo la lista truistica nei suoi casi principali e noti:
un imprenditore per diventarlo non deve appartenere a una lista di autorizzati a imprendere,
un politico per diventarlo non deve appartenere a una lista di autorizzati a fare politica,
un intellettuale per diventarlo non deve appartenere a una lista di autorizzati a parlare e scrivere,
un lavoratore non deve appartenere a una lista di autorizzati a cercarsi un lavoro,
un amante per diventarlo non deve appartenere a una lista di autorizzati a interpretare l’“amore”,
un genitore per trattare i figli non deve appartenere a una lista di autorizzati a interpretare l’“educazione” dei minori,
(ho appena elencato, con poche lacune facilmente riempibili, la quasi totalità dei fatti del campo del diritto, e come fatti già giuridici):
ebbene, gli psicoanalisti nel loro “piccolo” (quattro gatti in tutto il mondo) servono, se servissero a qualcosa, a dare il senso della lista completandola nei concetti di “cura” e “soluzione”.

Non ho fatto che parlare di truismi:
il truismo è la verità su cui si fonda la psicoanalisi, e il Diritto stesso:
la verità è solo quella di un’imputazione, adaequatio intellectus ad actum:
perfino per “Dio”, se esistesse, non ci sarebbe altra verità.

Quella famosa “resistenza” degli psicoanalisti è resistenza ai truismi.

Sul truismo della psicoanalisi come in sé giuridica nel permesso giuridico – e come tale filogiuridica -, Freud si è trovato tutti contro, anche i fedelissimi [3], e dopo un secolo non è cambiato nulla.

La viltade storica degli psicoanalisti ha agito sia contro di loro, sia contro l’umanità cui non è stata fatta cogliere un’occasione per cogliere l’ampiezza del campo della libertà come libertà nel permesso giuridico, di competenza individuale quanto all’universo.

Questa loro mancanza ha impedito che si costituissero subito come una Società di Amici del pensiero, cui dedico le mie risorse.

_____________

[1] Vedi già: Giacomo B. Contri, “Libertà di psicologia”, Sic Edizioni, Milano 1999.
[2] Bei tempi, ricorda divertito Freud, quando mi accusavano di ciarlataneria (Kurpfurscherei): poi mi hanno sistemato come persona seria anzi geniale per potermi digerire meglio (intendeva farlo a pezzi).
[3] Nel 1926 Freud pubblicava “La questione dell’analisi laica” (titolo male tradotto come “Il problema dell’analisi condotta da non medici”), sulla quale i seguaci, nel dibattito da lui promosso l’anno successivo, lo hanno abbandonato.
Vedi al riguardo: A. Ballabio, G. B. Contri, M. D. Contri, “La questione laica”, Sic, Edizioni Sipiel, Milano 1991.

martedì 2 marzo 2010

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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