L’AMORE E LA LOGICA. LA RAGIONE SENZA PASSIONE

Questa sera a Giacomo Contri chiediamo di aiutarci a comprendere i fattori della modernità, mostrando come questa influenzi la nostra mentalità, e ad entrare nel rapporto tra amore e logica, tra ragione e passione, ad entrare, cioè, nel dinamismo dell’uomo. 

 

GIACOMO B. CONTRI 

Grazie. E così dicendo ho introdotto l’argomento, l’inizio e la fine. In fondo ciò che dirò potrebbe consistere tutto nell’invitarvi a meditare sulla parola “grazie”, dopodiché… torneremmo tutti nelle nostre case. Il fatto è che, come sono arrivato io a dire ciò che vi esporrò, così potreste arrivarci da soli. Ordinariamente non ci si pensa, ma la parola “grazie” è, tecnicamente parlando, un’imputazione. Noi siamo da secoli e secoli intellettualmente corrotti – per me lo siamo fin da prima dell’era cristiana – sulla parola “imputazione”, perché ne abbiamo un’idea solamente penale. Niente affatto: “grazie” è la prima imputazione. È l’imputazione al merito. Tu hai compiuto qualche cosa che mi favorisce, io ti imputo di aver goduto di un’azione favorevole. E non di un’azione omicida, lesiva, traumatica. Non un latrocinio o uno schiaffo. Il senso della parola “grazie” è l’imputazione, primaria, di un merito, rispetto a cui l’imputazione penale è secondaria. Guardate che non ne usciremo mai. Potete pensarci quanto volete, riconoscere che ho ragione nel dire che l’imputazione prima è al merito, ma è difficilissimo uscire dalla corruzione della parola. Per noi “imputazione” vorrà dire un delitto, un torto, un demerito.

Per poter dire qualcosa dell’amore, bisogna partire dalla parola “grazie”: qualcuno imputa a qualcun altro un merito. È un merito singolare, è qualcosa di più o qualcosa di diverso da un dono. Indubbiamente si tratta di un beneficio, però questo va aldilà del dono. Se sto morendo di fame, qualcuno mi può soccorrere con il cibo. Ma non è così. La specie di beneficio di cui si tratta in questo caso è un profitto, un sovrappiù. Vi dico subito una prima definizione dell’amore: è un lusso. Non è un dovere. Non è una cosa che va da sé. Se volete avere un’idea di questa parola, salvo scaricarla nell’immondezzaio delle parole, come si fa nei talk show, ebbene, tale parola appartiene al regime del lusso. È meglio riconoscere che non navighiamo nel lusso piuttosto che illuderci di farlo dicendoci che… ci amiamo tanto.  …

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Milano
1 dicembre 2004
Testo non rivisto dall’Autore


 

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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