LAVORO E FALLIMENTO

Ho mandato questo articolo a una Rivista, ma lo propongo qui in anteprima.

C’è sì differenza tra fallimento (il rischio maggiore tra i rischi d’impresa) e delitto o peccato:
ma questa differenza si annulla a fronte a un fatto duplice:
il fallimento può venire riconosciuto, confessato, proprio come il delitto; le sue ragioni possono venire conosciute, tesaurizzate, capitalizzate come nuovo sapere, almeno come know how:
mancare quel riconoscimento e questa conoscenza, ecco un peccato bifronte consistente nel gettare via l’esperienza (ciò è imputabile, cioè il fatto di non curarsi).

Il figliol prodigo, ripeto da anni, si ripresenta al padre sì umile, ma al tempo stesso forte di questa duplice competenza fatta di riconoscimento e conoscenza:
ecco perché ho concluso, con l’esegesi dalla mia parte, che un figlio così competente – finalmente vero figlio – il padre lo ha nominato Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Azienda.

L’ignoranza su peccato e fallimento è un vizio, quello di superbia che si veste sempre di cattiva umiltà:
esiste anche una superbia dei poveri, ma nessuno ne vuole sapere, anzitutto come superbia psicopatologica.

Il sapere su peccato e fallimento non lo si impara all’Università, ma è un sapere superiore a quello universitario:
il vero rischio è quello della suddetta ignoranza, colpevole peraltro.

Sono anni che vorrei trattare unitariamente i discorsi economici di Gesù:
parabola dei talenti, parabola del fattore infedele, parabola del buon Samaritano, l’asserzione che l’albero non si giudica dall’albero ma dai frutti, l’asserzione del “centuplo”, e la serie non termina qui:
queste cose io le insegnerei alla Bocconi e in ogni High School of Economics, e non solo in Parrocchia:
anzi il vero difetto delle Parrocchie è che non vi si insegna ciò che si potrebbe insegnare anche alla Bocconi (non vale l’inverso).

Il sapere sul fallimento dovrebbe estendersi a quanto c’è di fallito in ciò che ufficialmente consideriamo riuscito.

E soprattutto a quanto c’è di fallito nelle nostre vite personali:
allora non saremmo più depressi, anche quando le consideriamo fallimentari.

Se esistesse un “Signore” degno di questo nome, sarebbe un… Signore, ossia un Signore del successo (come nei suddetti discorsi economici), non uno che elargisce piatti di minestra ai poveri, anche se piatti ricchi (cosa che comunque non succede mai).

Va in questo senso la “povertà” francescana, che non è l’elogio dei pidocchi:
un vero “povero” francescano, e cristiano, è per la produzione di fichi, non per l’ontologica anoressia oziosa dell’albero solo.

Nelle analisi abbiamo a che fare con fallimenti coatti (“inibizioni”), ancora prima che con sintomi.

Milano, 17 dicembre 2007

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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