«MA IO DIETRO QUELLA POSIZIONE VEDO SOPRATTUTTO L’INVIDIA»

«E don Giussani salvò la felicità dalla catastrofe».

Nei film di guerra capita di vedere una battaglia intorno a un punto. Quella frase individua il punto in una parola, “felicità”, su cui tanti potrebbero chiedersi se ne valga la spesa, stante vuoi la poca serietà del suo uso corrente, vuoi la rarità del suo riscontro nell’esperienza. È tutta la storia moderna a rispondere di sì, nelle dottrine economiche, morali, politiche, e nei discorsi pubblici. Molto pensiero moderno ha tentato il vero e proprio monopolio della parola “felicità” assegnandola al “mondo” agostiniano, alla Città del mondo. Non perché la si prenda sul serio – anzi c’è qualcosa di ingiurioso, osceno, feroce, blasfemo verso l’umanità, nell’uso di questa parola in quelle dottrine –, ma per invidia: senza il monopolio mondano di essa, sarebbe palese che essa è letteralmente una parola dell’altro mondo. Ciò che mi è dato di osservare nella realtà attuale, è che oggi l’invidia, la forma più pura dell’odio, è sempre più a corto di argomenti che nel passato, e che essa è obbligata a venire allo scoperto allo stato puro. L’invidia non desidera e basta, dunque non desidera 1a roba d’altri”: vuole che “la roba” non l’abbia nessuno, è il programma della miseria e dell’infelicità per tutti (può benissimo animare programmi politici).

Qua e là il secondo articolo («CL e le spine dell’etica») dà persino delle descrizioni corrette di ciò che è CL (almeno quando si avvale di citazioni). Non è affatto chiaro in che cosa è contro o abbia da ridire, a parte il solito e debole uso strumentale di Tangentopoli. È a corto di argomenti come dicevo sopra a proposito della cultura attuale dell’invidia come cultura della miseria. In fondo esso dice: Qui c’è qualcuno che ha qualcosa che altri non hanno, un Fatto cioè una ricchezza, e l’unità visibile con questo Fatto: ebbene, proprio per questo non solo non vogliamo avere la stessa cosa, magari a costo di rubargliela, né averci a che fare, ma vogliamo che non la abbia nessuno, né loro né noi. Mi pare che arrivi solo a questo punto l’orecchiamento della solita paccottiglia teologizzante, quella che chiamo la teologia gné-gné: e allora, rieccola la “teologia della parola” e l’ecclesiologia tale o talaltra. Ma non sarà, si chiede, che magari questi qui sono la “teologia delle opere”? Finalmente abbiamo capito. In fondo, se così fosse, bravi, anche voi avete la vostra da dire. Diteci anche voi che siete la teologia delle opere, così finalmente ci intendiamo. L’invidia vuole non che l’altro condivida il suo tesoro, ma che lo butti via.

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Il Sabato, n. 38
18 settembre 1993


 

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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