“MISERIA VUTO PANÀ ?”

Ripesco dalla mia infanzia questa battuta udita nel ramo contadino del versante veronese della mia famiglia:
Miseria vuto panà? (Miseria vuoi panata?, ossia pane secco ammorbidito con acqua calda).

E Miseria risponde:
No perché no go el cuciar! (no perché non ho il cucchiaio).

Era un’epoca con ancora il ricordo fresco della miseria materiale:
ma nessuno può assicurare che non torni:
tutto è così labile in un’epoca in cui non c’è più un Palazzo d’Inverno da conquistare o una Roma su cui marciare (o da difendere):
inutile spostare la storia in avanti su New York (ci hanno già provato) o Pechino:
alludo a ciò che chiamiamo “capitale finanziario” con molte illusioni su ciò che chiamiamo “economia reale”.

Per ora, prendo la battuta come metafora realistica della miseria psichica (espressione di Freud), che è la realtà non solo economica e sociale, ma anche politica e intellettuale del nostro mondo:
è miseria corporale:
pensiero-corpo è un a-tomo la cui fissione è tanto possibile quanto reale, con effetti miserabili non meno reali di quelli su Hiroshima e Nagasaki.

I siti di fissione nucleare in Iran mi sembrano meno minacciosi della prosecuzione dei siti pacifici e ubiquitari di fissione dell’atomo pensiero-corpo.

Non drammatizzo il dramma, non isterizzo l’isteria, non trasformo la miseria in argomento del discorso morale:
è ciò che ho imparato da Marx, e che le “sinistre” hanno rifiutato moralizzando, drammatizzando, isterizzando la realtà immorale.

L’economia di cui sempre parlo è quella che vede collegate le due miserie, e che rovescia il significato di “fare economia”:
da quello di Miseria (contabilità della mancanza), a quello che può risultare dalla produttiva ricostituzione dell’atomo.

É a questa ricostituzione
– anzi costituzione, che è esistita troppo poco in tempo, luogo e azione nel cosiddetto “bambino” -,
che riservo, con funzione designativa e denotativa, la parola “moralità”, sinonima di reale distinto dall’immoralità della realtà:
le iniezioni di morale lasciano la realtà intatta – certo non “vergine” in nessun caso -, con aggiunta di fissativo.

Pensiero del corpo, il pensiero di natura come metodo di sapere o orientamento è moralità:
o sovranità, tutta lisa nella realtà, squisito reale.

Nessuna miseria vale la pena, non vale la pena di penare, la pena non salva perché solo la ricchezza sovrana è salvifica, il che esclude il capitale finanziario (sul quale tornerò):
la miseria è solo un’utile indicazione quando viene individuata, associata all’angoscia, come effetto di quella fissione.

Se amassi speculazioni d’altri tempi, azzarderei che tutti i tempi sono al servizio, benché negativo, della perla della sovranità:
con termini che non uso quasi più, tanto vale trarre indicazione dalla “reazione terapeutica negativa” come si esprimeva Freud:
di cui peraltro abbiamo ingenti esempi prefreudiani.

Milano, 02 dicembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016



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