“NON C’E’ SOLUZIONE!”

Rispondo ai cento e mille dai quali ho sentito, e appena risentito, questa frase.

Falsa (sorvolo sui casi-limite materiali), essa si sostituisce per negazione alla verità truistica
– nella Cultura o “Simbolico”, e negli individui che le sono soggetti perché se ne fanno i soggetti grammaticali e agenti -,
che tutto viene fatto, in modo incoerente e inconsistente, affinché non ci sia soluzione, in obbedienza alla Teoria imperativa che deve-non esserci, o non-deve esserci.

Diversi decenni fa (R. Laforgue, “Psychopathologie de l’échec”, 1939) è stata coniata l’espressione descrittiva “nevrosi di scacco”, per dire che la patologia è tutta fatta per lo scacco o fallimento, per rifiutarsi la soddisfazione rifiutandola ad altri:
nella cultura dello scacco dato alla soluzione si ravvisa anche qualcosa di militante, militare, duro e puro, s-passionato e dis-interessato.

Ciò è perfino pateticamente manifesto nella militanza delle più comuni, viete, stupide e false espressioni linguistiche più volte segnalate in queste pagine, e nel rifiuto militato delle loro facili correzioni come esempi di un Ordine vivibile dell’esperienza.

Aderisco all’idea di una morale del peccato, riconducendo però questo all’azione di non-soluzione a testa bassa:
definisco il peccato anche come azione di omissione e successiva sistematizzazione, ossia di censura,
secondo le tradizionali quattro categorie di peccato: nell’agire di pensiero, nell’agire linguistico, nell’agire non linguistico, in quel pur sempre agire che è l’omettere.

L’inferno non è quello dantesco:
è l’irreversibilità di omissione e sistematizzazione, la non-soluzione definitiva, l’angoscia come eternità, con assegnazione a “Dio” della vocazione di ansiolitico istantaneo o atemporale:
in un tale “Dio” si compirebbe il “miracolo” dell’abolizione del tempo.

Il Buddismo, più onestamente ateo, cerca l’abolizione del tempo nell’abolizione del moto cioè del corpo:
ben pensato!, commento io, non perché mi sia convertito al Buddismo, bensì per la correlazione che esso implica tempo-corpo-pensiero:
per il tempo occorre il pensiero, vedi la critica freudiana al tempo kantiano.

Ripeto appena che tutto ciò, nella soluzione e nella non-soluzione, è una giurisprudenza che include ogni pensare e parlare, e scrivere, compreso quello tradizionalmente chiamato “filosofico”:
che s-tradizionalizzo considerando filosofia prima una tale giurisprudenza.

La giurisprudenza offre un vantaggio universale, anche se pochi lo raccolgono:
infatti il proprio del diritto è di essere alla portata di tutti, di tutti gli intelletti e di tutte le borse, prima che degli specialisti:
in ciò il diritto si distingue radicalmente dalla medicina (come la psicoanalisi).

Milano, 15 gennaio 2010

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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