“NON FACCIO IL BENE CHE VOGLIO …”. Verità, imputabilità, libertà, lavoro

Con questa frase San Paolo ha colpito giusto:
“Non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio” (Rom. 7, 19).

In essa può riconoscersi il nevrotico, non lo vuole però il perverso (“vabbé” su bene aut male, sconfessione del principio di non contraddizione) né lo psicotico nel suo rien ne va plus, o inaccessibilità narcisistica (Freud) al principio di non contraddizione:
perversione e psicosi restano in-penitenti, anche nel delitto flagrante:
ambedue si sono impuntate sul disconoscimento del fatto (quello della frase).

Richiamo che Gesù era assertore del principio di non contraddizione (“Le vostre parole siano o sì o no”).

Osservo che in San Paolo la psicopatologia non trova considerazione morale e filosofica:
è la principale pecca della storia del cristianesimo (isteria, ossessione, melanconia, anoressia, masochismo, sadismo …).

Lascio a chi vorrà di confrontare l’elaborazione che Paolo fa con quella che segue:
la frase citata descrive una coazione (distinta da una causazione naturale) che il soggetto non può evitare, però può riconoscerla come verità:
riconosce così la sua imputabilità che apre la sua libertà:
infatti potrà adire un processo (come lo è la psicoanalisi) che ponga rimedio alla coazione:
da molti anni do ragione a Kelsen per il quale l’uomo non è imputabile perché libero, bensì è libero perché imputabile:
quel processo è un lavoro.

Si noti la condensazione rapidissima, verità-imputabilità-libertà-lavoro.

Abbandonato l’impuntamento al punto grazie al giudizio di imputabilità, il punto diviene semplicemente il segnale di un bivio:
si cambia discorso.

mercoledì 18 giugno 2014

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Data di pubblicazione: 05/06/2016