NUVOLE, O “NON É VERO NIENTE!”

In Olanda a luglio, tra Rembrandt Vermeer van Gogh, mi è capitato sott’occhio, in un catalogo, la stampa “Vergine e bambino tra le nuvole” dell’italiano Federico Barocci, 1570-80 (sottolineatura mia):
nel parlare di ciò mi sembra di fare più politica delle maggiori formazioni politiche italiane.

Essa è una visione non un’allucinazione visiva (che non esiste), ossia qualcosa di peggio di “cose da pazzi!”:
è una cospicua proposta visionaria corrispondente all’enunciato “Vergine e bambino sono tra le nuvole”:
ossia un’espressione particolare di quello che da tempo esplicito come l’enunciato generale del Barocco “Non è vero niente!”:
e il Barocco non è finito, né il Docetismo, essi dominano teste, cultura, politica.

Con R. Magritte (qui menzionato giovedì 17 settembre) potrei rititolare:
Ceci n’est pas la Madone, ni l’enfant.

Notabene, ciò che anzitutto osservo in un artista è il pensiero (storici e critici d’arte dovrebbero … pensarci):
questo osservare non toglie nulla al talento dell’artista, al contrario lo tratta seriamente-realmente-veramente, non secondo “non è vero niente” ma secondo il suo atto.

Non so se troverò il tempo di scrivere sull’imputabilità (che è anzitutto premiale) dell’artista, ossia su ciò che lo rende intelligibile e lo libera dall’ingiuria della contemplazione nonché dell’“ispirazione”,
perfino quando lavora per imporre contemplazione, ossia visionarietà al posto del pensare dell’udire del vedere, che è il peccato del Barocco:
anche in questo caso c’è pensiero dell’artista, pensiero della visionarietà con le sue tecniche:
in generale non c’è mai non-pensiero (chi lo dice mente, e anche in questo  caso pensa).

In anni in cui mi occupavo molto di Barocco, scoprivo non per primo che il Barocco non è essenzialmente cattolico, e se ne infischia della distinzione credente/non credente:
è uno “spirito”, Cultura-Civiltà (tornerò sulla distinzione), che però il cattolicesimo ha cavalcato egemonicamente e “alla grande” (detesto questa espressione)

Ma non è finita, il Barocco storico è sì finito ma non il suo motto generale “Non è vero niente”:
che è il motto di quel “docetismo” che ha iniziato la sua carriera ufficiale duemila anni fa, ha poi marciato a lungo silenziosamente, e oggi è vincente ovunque e in chiunque, e non meno tra psicoanalisti o cristiani (bizzarro accostamento?), tra credenti o non credenti:
menziono sempre il “semblant” lacaniano, che designa proprio la coppia Docetismo-Barocco.

Alla Mauritshuis di Den Haag (L’Aja) ho poi visto l’“Assunzione della Vergine”  (dopo il 1620) di P. P. Rubens, non meno tra le nuvole e “alla grande” (tra l’altro Rubens conosceva l’opera di Barocci):
ho compreso meglio la mia ripugnanza di sempre per il “cattolicissimo” Rubens, a parte le sue terribili donne invariabilmente cellulitiche.

Vorrei, all’epoca, essere stato un Inquisitore per dire la mia su questa progressiva invasione domestica dell’occultismo, con la sua oscura “presenza” e il suo non meno oscuro “mistero”.

Il mio giudizio sull’Inquisizione le imputa non solo la sua violenza autogiustificata (come legittima), ma anche il suo fallimento:
trovo rilevante associare fallimento e violenza:
conto di terminare presto un articolo intitolato “Freud inquisitore riuscito” non solo senza violenza, ma perfino facendosi pregare e pagare per la sua Inquiry (sempre logica).

Mi piacerebbe dedicarmi al pensiero di Rembrandt, cui rimprovererei il “Figliol prodigo” ma nobody’s perfect”.

Pur avendo avuto occasione seria di “sbattezzarmi”, e senza trattenermene per inibizione o per paura dell’inferno, da tempo ho risolto di rimanere Socio di diritto, e senza deroghe, della Societas nota come “Chiesa Cattolica”:
ancor oggi grande carrozzone barocco e docetista, passato soltanto da massimalista a minimalista (o debolista):
per mia fortuna non ho ruoli in questa Societas, non mi tocca dunque di occuparmi della sua correzione (non sono Papa né Autorità ecclesiastica).

Non mi preoccupo che la parola “carrozzone” sia sentita come urtante, ma solo che non ne sia afferrato il concetto:
che è quello di “massa” (Freud) o “gruppo”, unificato da una Teoria o Ideale o da un Capo senza caput o pensiero, non da un pensiero.

Comunque, l’impertinente epiteto “carrozzone” non è poi tanto in-pertinente, anzi piuttosto tradizionale salvo variante:
infatti in passato la si biasimava ugualmente come “Ecclesia casta sì ma pure meretrix”, p…na, anche in alto loco (non era una pasquinata).

Ma in questa parola rimaneva qualcosa di purgatorialmente gaio:
invece oggi questo ossimoro di moderata ed equivoca gaiezza – riconducibile alla coppia tradizionale-platonica Venus urania/Venus vulgivaga, o Amor sacro/Amor profano – ha lasciato il posto:
a un frigido kantismo neppure troppo mascherato (comune ai gruppi sia rigoristi che ridanciani quando non sconci o peggio)
– agire disinteressatamente e spassionatamente ossia il Dovere puro kantiano -,
compatibilissimo con le nuvole senza pensiero in cui “non è vero niente”:
un in-credibile carrozzone barocco appunto, con tanto “cuore” s-pensierato e sorridenti madonnine povere e naturalmente extracomunitarie con i loro gesùputtini autistici.

Pio IX, mio maestro neppur tanto reazionario
– anche certi marxisti lo hanno riconosciuto, e mi piacerebbe riassettarne il pensiero, non tanto liberal diciamo:
aveva da ridire tanto sulla Società che sullo Stato, e non perché si fosse convertito al comunismo del suo contemporaneo Marx -,
non storcerebbe il naso a ciò che dico della Chiesa:
volens nolens, quel pensiero costituzionale di Cristo di cui non vuole o non può pensarsi come l’Ordinamento, le resta attaccato bon gré mal gré:
un pensiero presente senza oscura né misteriosa “presenza”:
per questo attaccamento sono rimasto.

Non agisco diversamente con la psicoanalisi:
malgrado ogni contraffazione e rinnegamento nella sua storia, il pensiero di Freud le resta attaccato, insieme alla sua tecnica come applicazione del pensiero.

Milano, 21 settembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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