ODDÌO DIO

A qualcuno normalmente costituito è incomprensibile perché nella Chiesa cattolica si insista nell’ossessione divina – dunque un sintomo se non una patologia -, continuando ancora-e-ancora-e ancora a ri-ri-ri-proporre il tema “Dio”, come in questa settimana (Convegno “Dio oggi”, Roma, giovedì 10-sabato 12 dicembre), e non per proporlo diagnosticamene come ossessione di lungo periodo.

Accettino o almeno considerino i miei compagni correligionari
– che vorrei poter chiamare come Freud chiamava gli ebrei, “co-irreligionari”, infatti un cristiano almeno cattolico non dovrebbe avere religione -,
una correzione fraterna come questa:
se proprio si vuole il tema, che lo si tratti intervistando il pensiero di Gesù, come caput competente e non sciocco, su ciò che ne pensa lui intorno a “Dio” e anche ad altri argomenti:
attendendosene risposte sulla base di quei famosi quattro libriccini trattati come documenti di un pensiero, costituitosi appunto come pensiero in un certo accertabile intervallo temporale più o meno ampio.

A me, radicalmente privo di presupposti di ogni sorta, e in particolare di quelli di fede speranza carità(-amore), come pure di presupposti religiosi e di esigenze religiose,
– infatti muovo da offerte (salute) non da domande (patologia), cioè non prego né credo né spero né amo prima dell’offerta -,
l’intervista ha dato i seguenti risultati:
1° Su “Dio”:
Gesù non è teologo, semmai è patrologo senza “Dio” presupposto;
riferisce di persone a lui note per nome (Padre, Spirito), con le quali intrattiene rapporti di specie distinte (due specie poi specificate a Nicea, 325);
almeno con la prima il rapporto è ereditario (co-governo del “Regno”);
“Dio”, nel suo discorso, in ogni caso non in greco, non è né nome di persona e nemmeno di un ente, né nome di un concetto, ma un jolly linguistico di cui accetta la ricorrenza;
Gesù non avrebbe mai potuto enunciare “Dio è il più grande”, come invece ha poi fatto il Profeta Mohammed e, pochi secoli dopo, il proto-islamico cristiano Anselmo d’Aosta, partito da un tale identico postulato-presupposto per dedurne tutto quanto, cioè un Corano cristiano.

2° Sull’amore:
certo non è da lui la distinzione tra eros e agàpe cioè tra due amori, basso e alto, umano e divino, perché essendo uomo come avrebbe potuto essere tanto schizo-frenico?,
né l’ammissione nefasta che l’innamoramento (nefasto: fa uscire di testa) sia il modello dell’amore, quello stesso che prima di Gesù aveva seminato catastrofi (Omero narra il passaggio dall’innamoramento alla guerra, esperienza comune).

3° Sull’uomo:
si distacca da ogni asserzione antecedente e successiva (sempre a sfavore dell’uomo-corpo: Platone, Buddha, Kierkegaard), dato che per lui essere un uomo è un profitto non una perdita:
incarnazione fino all’ascensione, ossia apprezzamento stabile, in saecula saeculorum, dell’umanità come pregevole e desiderabile:
solo un “Dio” incompetente e sciocco – è il lato logico dell’obiezione docetista – si sarebbe incarnato, sarebbe risorto come uomo, e soprattutto sarebbe rimasto uomo, se questo non fosse stato il suo piacere cioè profitto:
è questa asserzione personale la salus, salvezza e salute indivise,
e anche l’amore come partnership di profitti.

4° Sulla ragione:
Gesù non asserisce “la Ragione” (semmai è logico), bensì asserisce “Ho ragione io” a confronto con altre Ragioni, e come ragione per fidarsi.

5° Sulla fede:
Gesù non ha il presupposto “La Fede”, bensì pone la propria af-fidabilità” (innocenza, consistenza) affinché da questa, non da altra fonte, sia desunto (o no) il significato razionale di “fede”.

6° Sull’ontologia, e in generale sulla metafisica:
l’ente (l’albero) si giudica dai frutti, non dall’ente in sé:
Gesù è filosofo (non teologo), e filosofo non ellenizzante, e certo non parmenideo né platonico.

7° Sulla religione:
parla di molte cose in prima persona con la lingua che ha in bocca e il pensiero che ha in testa,
e in particolare di altre due persone di cui ha personale conoscenza:
Gesù è il primo irreligionario della Storia, ossia non si iscrive nella Storia delle religioni.

8° Sulla morale:
il meno che si possa dire è che certo non è quella di Kant, oltre a non essere quella di Aristotele, né di Platone.

Et coetera.

Non penso che Gesù abbia seguito il Convegno:
da venti secoli ne ha già visti tanti:
tutt’al più, avendo una bocca, sbadiglia.

Milano, 12-13 dicembre 2009     (Revisione 2.0)

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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