“PSICOANALISTA”: UN’ANCILLA

In questo Blog, che preferisco considerare come l’idea di un Quotidiano benché nella sproporzione, possiamo parlare di tutti gli argomenti d’attualità e, perché no?, anche dello psicoanalista:
quanto a me, pratico come tale da trentacinque anni.

Fin dall’inizio ho udito molti colleghi senior porsi una questione monstre, di quelle che agitano le viscere inquiete dello spirito.
se essi siano psicoanalisti anche fuori da divano/poltrona, diciamo ventiquattr’ore su ventiquattro.

É una delle questioni in cui non so non diventare antipatico:
infatti ho presto risposto che è una questione da preti (neppure i preti dovrebbero porsela), che si chiedono se sono preti anche fuori dall’esercizio del loro ministero:
l’analogia è utile a scoprire che le forme del clericalismo sono preliminari, “a priori”, comuni a tutti, e possono investire anche persone, come gli psicoanalisti, che nella grande maggioranza non provengono da esperienze confessionali.

Rispondo:

a. in particolare. Malgrado i miei trentacinque anni di lavoro psicoanalitico quotidiano, e potendo vantare una più che discreta cognizione della materia, io non mi definisco affatto uno psicoanalista (anche se tollero di farlo):
bensì come uno che quotidianamente dorme e episodicamente ricorda i suoi sogni e li prende sul serio,  come pure altri fenomeni più o meno contigui;
uno che quando legge i giornali o ascolta la televisione, annota omissioni e sistematizzazioni ossia censure;
o che, con la medesima antipatia di cui sopra, non si unisce al plauso per il fatto che qualcuno nel corso di cinquant’anni ha continuato a ripetere, indifferente a tutte le temperie, “Allegria!”;
che, se legge l’“Antigone” di Sofocle, vi riconosce la melanconia düreriana-freudiana;
o se legge I. Kant, riconosce nella sua Legge morale il Super-io osceno e feroce;
uno che rifiuta di chiamare “psicoanalisi” ciò che non lo è (un vizio diffusissimo);
e anche di confondere la psicoanalisi con un lessico fisso che serve solo a individuare sociologicamente un gruppo di persone a discapito dei concetti;
e senza per questo avere minimamente perso il contatto con il lessico (non di gruppo) effimeramente forgiato da Freud per designare concetti che la storia del pensiero non aveva mai pensato.

b. in generale. Riconosciuto in Freud il primo Amico moderno del pensiero, della rettitudine del pensiero o ortodossia del pensiero senza ortodossie presupposte, o pensiero amico, lo ho anche riconosciuto subordinato al pensiero di cui è stato ininterrottamente Amico;
ciò con mia osservanza di tutti i termini freudiani senza eccezione;
come pure, ho riconosciuto la psicoanalisi come subordinata a tale pensiero quando lo si applica alla cura della psicopatologia a partire dalla nevrosi.

Tutto deve ripartire dall’Amicizia, interessata e passionale, del e per il pensiero come movens.

Dunque sono psicoanalista esattamente nelle ore che dedico a questa applicazione (“tecnica”) come una corposa subordinata, non un’ora di più:
sono Amico del pensiero nelle ventiquattr’ore, comprese quelle dedicate a questa applicazione, restando imputabile come tutti secondo la triplice casistica:
amicizia, ostilità, indifferenza per il pensiero.

Subordinata o anche, con un’antica parola latina, ancilla:
tutte le servitù degli uomini modernamente liberi rifiutano questa ancillarità al pensiero:
è questo rifiuto a farli servi.

Rammento che tratto la parola “pensiero” come sinonimo della parola “libertà”.

Milano, 15 settembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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